Sezano, Luglio 2011, la Società Civile Veronese si interroga

Dopo il successo referendario sul Bene Comune Acqua, la Società Civile Organizzata ha ritrovato coraggio (quello perso dopo la batosta del G8 di Genova) e si interroga; anche a Verona sono molte le realtà, le più disparate, che si ritrovano nella ricerca di un massimo comune denominatore per dare corpo ad una “politica” che, a partire dalla base, sappia incidere sulla mole di problemi locali, nazionali ed internazionali che nel processo di globalizzazione colpiscono ovunque “indiscriminatamente”. Prendiamo ad esempio la “crisi economica”, che inizialmente era solo un fattore psicologico e non esisteva, poi è diventata un inizio di ripresa ed ora è invece un problema sempre più pressante: la crisi vera deve ancora venire. Sabato 9 luglio 2011 il Ministro Tremonti, ha risposto ai giornalisti che gli domandavano se avesse intenzione di dimettersi: “Non mi dimetto perchè sono io che garantisco l’Italia davanti all’Europa: se cado io, cade l’Italia e se cade l’Italia cade l’euro. È una catena.” In nessun periodo della storia d’Occidente un uomo politico, quale che fosse la sua importanza, ha mai potuto fare una simile affermazione. Quelle di Tremonti, però, per quanto terribili, non sono parole vane. La situazione è proprio quella che lui ha riassunto nell’affermazione: se cado io cade l’Italia e cade l’euro. In altri termini, l’Europa va in rovina perchè il potere è nelle mani di una decina di banchieri, e sono essi a quantificarne la forza, giocandola in Borsa. Firmando il trattato di Maastricht i politici italiani ed europei, hanno trasferito il proprio potere nelle mani dei banchieri. Tutte le attività umane sono controllate dal denaro. La nostra ricchezza, il nostro lavoro, il cibo, il nostro governo, persino le nostre relazioni sono condizionate dai soldi. Nessuna moneta nella storia dell’uomo non ha mai raggiunta un’importanza tanto vasta e profonda quanto l’euro.

 

Tutte le altre crisi monetarie sono state regionali e c’erano sempre altre monete a cui la gente poteva aggrapparsi. Il possibile collasso dell’Euro sarà globale e trascinerà con sè non solo il dollaro, ma anche tutte le altre monete, visto che funzionano tutte allo stesso modo. Il collasso delle divise porterà al collasso di tutti i beni cartacei con ripercussioni inimmaginabili in tutto il pianeta.

Il meccanismo che sta portando alla rovina gli Stati europei non è dovuto a un qualche imprevedibile incidente ma è intrinseco alla creazione dell’euro, cosa che è stata detta e ripetuta innumerevoli volte da economisti e monetaristi di ogni tendenza politica e pubblicato su questo sito in modo ben chiaro nel post “dal denaro al donare 3”. Non puo’ sussistere una moneta che non fa capo a uno Stato e che non risponde alle necessità di questo Stato, in quanto la moneta di per sè è stata inventata proprio per essere uno “strumento” e non un “fine”.

Su tutto ciò si sviluppa la “speculazione”, attivata 24 ore su 24, da parte di gruppi predatori privati organizzati e fortissimi, che si avvale di una tecnica bancaria costruita su misura da loro stessi: a protezione dei propri mai apertamente dichiarati fini di rapina della ricchezza del Cittadino inerme, ovunque nel mondo. Una tecnica legalizzata e inattaccabile da parte degli Stati nazionali, ormai da tempo esautorati della propria sovranità giuridica nei loro confronti: la FED negli Stati Uniti e la BCE nell’Unione Europea fanno testo.

La soria e l’evoluzione del sistema bancario è lunghissima rispetto alla nostra. Loro ricordano, mettono da parte competenze, tramandano e accumulano esperienze aumentando le loro capacità, mentre nello stesso lasso di tempo da parte dell’Umanità inerme si avvicendano più generazioni. Il sapere di noi Singoli Individui non viene trasmesso, si perdono le consapevolezze, ci si trova inermi e disarmati di fronte ad un mondo finanziario che ciclicamente all’inizio sembra andare a gonfie vele – stimola crescita/benessere e drena la liquidità in eccesso – ma improvvisamente nella seconda fase vira al brutto. E diventa oltremodo distruttivo quando la quantità del debito risulta eccessiva, nel senso che è matematicamente impossibile ripianarlo e pagarlo. Esattamente ciò che sta accadendo ora.

Questo meccanismo ciclico alla fin fine si occulta da sé perché nella sua durata (70 anni circa) si alternano varie generazioni che difficilmente mantengono memoria degli eventi. Ma questa memoria degli eventi è invece mantenuta dagli istituti di ricerche economiche. Sulla base dei dati storici possiamo notare che 1$ preso in prestito:
a) negli anni ’50 del secolo scorso (all’inizio del ciclo attuale, dunque) produceva 4$,
b) nel 2000 produceva 20 centesimi di $
c) nel 2005 solo 10 centesimi
d) oggi
ha un rendimento negativo (per ogni dollaro prestato ci si perde, causa l’elevatissimo debito globale raggiunto) e ciò comporta il drenaggio di risorse dall’economia reale verso la speculazione, con successiva paralisi delle attività economiche e susseguente collasso del sistema.

In questi ultimi anni si è parlato di compensare l’aumento esponenziale del debito con la “riduzione del debito pubblico grazie alle privatizzazioni” e la “globalizzazione economico-finanziaria”. Nella realtà gli Stati, Italia in testa, perdevano dalle privatizzazioni fior di miliardi. Ad esempio, lo Stato Italiano nel periodo 2000-2005 ha realizzato un mancato introito di quasi 10 miliardi di euro (su 26 mld incassati) solo sulle tre tranche di privatizzazioni di Autostrade, ENEL 1 ed ENI 5. Se si considera che fra il 1992 e il 2003 sono state vendute quote di gioielli di Stato per un controvalore incassato di 129 mld di euro, ci si rende conto che la perdita secca per la collettività italiana è stata stratosferica.
Dunque, mentre chi ha ancora tanti soldi trova i canali per accaparrarsi il più possibile beni materiali e Pubblici, il
crollo della “economia di carta” è matematico (collegato al tasso di interesse che ha una curva esponenziale) previsto e preordinato a distanza di 7 piccole decadi (70 anni). Tale crollo deve riportare, per chi da tutto ciò ci guadagna, il livello del debito a quello bassissimo degli anni ’50 del secolo scorso, per poter ripartire con un nuovo ciclo economico-speculativo nonché una riedizione riveduta e corretta del debito infinito, ancora privatizzazioni e rapina dei beni comuni in ogni dove.

Delle 4/5 generazioni vittime di questo ciclo infernale, le prime 2-3 sono ormai decedute o messe fuori gioco dai pensionamenti e dall’abuso di televisione o di “gratta e vinci”, mentre le ultime hanno solo vissuto la seconda metà negativa del ciclo. In tutto ciò, la verità che stiamo vivendo è stata occultata molto bene fino ad oggi dal corrosivo e parassitico “dogma della scarsità del denaro” (vedere “dal denaro al donare 3” )
In questo momento di crisi, è documentato che le banche non concedono prestiti agli imprenditori locali. E i posti di lavoro promessi dai nostri governanti dove sono finiti? Piccole e medie imprese sono la maggior fonte di nuovi posti di lavoro, e non stanno assumendo. Gli avvii di impresa, che contribuiscono per un quinto ai nuovi posti di lavoro della nazione, spesso non riescono neppure a decollare. Perchè? Le imprese devono pagare i dipendenti e i materiali prima di venir pagate per quello che producono, e per questo necessitano del credito bancario.

Nel complesso, l’economia reale, quella che realmente ci da il benessere materiale, stà precipitando in un abisso, sostituita da un’economia “di carta straccia” che certo non riuscirà a sfamare le generazioni future. Immaginare che tra un anno l’euro non ci sarà più non è pazzia, o almeno non come lo conoscevamo, difficile che riesca a sopravvivere a questa crisi fiaziaria; a lungo andare le misure di rigore richieste per rimanere nell’euro non saranno più sostenibili sul piano politico e quindi i Paesi più in difficoltà ne usciranno, primi fra tutti Grecia, Portogallo e Irlanda, i Paesi più deboli che sono attualmente a rischio di uscita e i prossimi mesi ci diranno se l’Italia e la Spagna riusciranno a restare dentro.

In questi giorni la speculazione ha attaccato l’Italia perchè, a questo punto della crisi, cominciano a esserci delle possibilità che Paesi come l’Italia o la Spagna siano costretti a chiedere fondi, cioé ancora ricchezza per le banche, ancora più indebitamento, ancora più schiavitù per le popolazioni e i singoli.

Chi continua a parlare dei “mercati finanziari” come di una divinità che organizza la vita delle società contemporanee sa perfettamente che questi anonimi “mercati finanziari” hanno nomi e cognomi. Sono uomini e gruppi che hanno precisi interessi e chiari obiettivi. Come in ogni operazione di destabilizzazione di un intero Paese, cioè, vi sono degli scopi ed essi sono oggi abbastanza chiaramente individuabili. L’attacco speculativo di venerdi 8 luglio 2011 ad esempio, è stato diretto dalla finanza internazionale contro la Borsa italiana, provocando un ribasso del 3,47% pari a una perdita di 14,1 miliardi di capitalizzazione, non è una semplice operazione finanziaria. L’Italia viene attaccata perchè in realtà è uno dei Paesi dell’Occidente che meglio ha retto fino ad oggi la crisi finanziaria del 2007, grazie al fatto che i suoi cittadini e la rete delle sue piccole e medie imprese non hanno mai completamente dato ascolto alle sirene della globalizzazione finanziaria. Alcune sue imprese, le sue banche e le sue compagnie assicurative rappresentano oggi un appetitoso obiettivo per chi spera di poterle ricomprare fra qualche mese a prezzi stracciati. L’Italia viene attaccata perchè un suo tracollo economico-finanziario rappresenterebbe il colpo definitivo all’euro e quindi al processo di unificazione europea che sulla moneta unica ha puntato (erroneamente) tutta la propria credibilità.
L’Italia viene attaccata perchè il nostro Paese ha una posizione determinante rispetto ai futuri assetti del Mediterraneo e del Medio Oriente. Infine, l’Italia viene attaccata perchè la sua classe dirigente, di destra, centro e sinistra, ha dimostrato di non intendere minimamente quale sia la posta in gioco, essendo strutturalmente impegnata in basse lotte di potere, nella difesa di interessi personalistici e nella copertura di vaste reti di corruzione, condizionamento e compromesso che ne minano alla radice qualsiasi capacità operativa e strategica.

Il potere politico, che il capitalismo finanziario mondializzato ha acquisito attraverso la capacità di destabilizzare in modo diretto interi Stati (come dimostrato ampiamente negli ultimi anni, dall’Argentina alla Grecia) dipende da una premessa fondamentale che è stata acriticamente accettata da economisti e politici, vale a dire che proprio gli strumenti della finanza (credito, debito, moneta, assicurazioni, con tutti i loro molteplici derivati moderni) siano i migliori mezzi per garantire la maggiore efficienza nella raccolta e nell’allocazione dei capitali. Il classico concetto dell’economia capitalista della efficienza dei meccanismi auto-regolatori del mercato, grazie al gioco di domanda ed offerta, è stato allargato dal mercato dei beni a quello dei capitali, nonostante costituisca uno dei presupposti del capitalismo, scientificamente e storicamente, dimostratosi del tutto insufficiente, quando non addirittura errato e deleterio.

Nel caso dei mercati dei beni, questa arcaica interpretazione del rapporto fra domanda, offerta e formazione dei prezzi sostiene, come si sa, che all’aumentare del prezzo di un prodotto, i consumatori riducono la loro domanda, determinando una riduzione e dunque un riequilibrio fra domanda e offerta, che si rifletterebbe positivamente sui prezzi stessi abbassandoli. Per quanto questa presunta legge sia, già nel caso del mercato “tradizionale” dei beni, un meccanismo assai più complesso ed articolato della sua semplice enunciazione, nel caso dei mercati finanziari, si tratta di una vera e propria falsificazione. Scrivono infatti alcuni economisti “non allineati”: “Quando i prezzi [delle azioni] crescono, è comune osservare non una riduzione ma una crescita della domanda. Infatti, prezzi crescenti significano un più alto profitto per coloro che possiedono azioni, a motivo dell’incremento di valore del capitale investito. La salita del prezzo attrae in questo modo nuovi acquirenti, cosa che rafforza ulteriormente la tendenza iniziale all’aumento. La promessa di dividendi spinge gli investitori ad incrementare ulteriormente il movimento. Questo meccanismo funziona fino a quando la crisi, che è non prevedibile ma è inevitabile, si verifica. Questo determina l’inversione delle aspettative e quindi la crisi. Quando il processo diventa di massa, determina un “contraccolpo” che peggiora gli iniziali squilibri. Una bolla speculativa consiste quindi di un aumento cumulativo dei prezzi, che si auto-alimenta. Un processo di questo tipo non produce prezzi più convenienti, ma al contrario prezzi sperequati.

Quindi, oggi il mercato come sacro regolatore dell’economia, non esiste, mentre esistono attori che nel mercato operano, sono gli speculatori e le agenzie di rating di loro emanazione: di tutti costoro si sa ormai perfettamente da anni chi sono, cosa fanno e perchè.

La visione del mercato finanziario come potere regolatore di ultima istanza degli assetti economici mondiali, ha conferito alle forze speculative in esso presenti la possibilità di esercitare un potere di condizionamento politico: non vi è più alcun Paese al mondo che non dipenda in qualche modo da questa ristrettissima èlite di signori del denaro, i quali dispongono di uno strumento ideale di controllo, le agenzie di rating che, a livello mondiale, sono soltanto cinque, delle quali tre hanno di fatto un monopolio del settore.

Moody’s, Standardeamp e Poor’s hanno rappresentato nell’attacco all’Italia, come già avvenuto nel caso della Grecia un anno fa e in tanti altri ancora prima, la vera e propria “voce del padrone”. Sono stati infatti gli outlook (previsioni) di queste agenzie di rating, emanati a fine giugno, a dare al mondo della speculazione il segnale che si poteva e si doveva colpire ora l’Italia. Queste agenzie emettono nelle loro comunicazioni vere e proprie sentenze sul presente e sul futuro destino economico del nostro Paese, senza essere dotati di alcuna autorità per poterlo fare.

La fonte del loro potere, che non ha precedenti nella storia, sta infatti semplicemente nel fatto di essere emanazione di società finanziarie internazionali, che ne possiedono interamente il capitale societario, le stesse società finanziarie di cui dovrebbero valutare obiettivamente prodotti e performance.

Queste agenzie non hanno alcuno status giuridico, nonostante le numerose inchieste e audizioni tenutesi negli Usa, proprio come pochi giorni fa è avvenuto in sordina anche presso la Consob italiana, senza che il pubblico sia edotto di quanto emerso; Moody’s, Standardeamp, Poor’s e Fitch continuano da anni a macinare profitti incredibili. Si dà quindi il caso del tutto unico che i nostri Paesi siano soggetti a valutazioni di valore internazionale da parte di agenzie che da tali valutazioni traggono direttamente profitto e che sono per di più di proprietà di società finanziarie che da quelle valutazioni possono trarre a loro volta direttamente profitto.

Stimare il valore di un prodotto finanziario non è paragonabile al misurare una grandezza oggettiva, come, ad esempio, stimare il peso di un oggetto. Un prodotto finanziario è un titolo su di un reddito futuro: per valutarlo, si deve stabilire in anticipo quale sarà questo futuro. Si tratta di una stima, non di una misura obiettiva, dato che nel momento ‘t’ il futuro non è in alcun modo determinato. Negli uffici dei trader è cio’ che gli operatori si immaginano che accadrà. Il prezzo di un prodotto finanziario è il risultato di una valutazione, una opinione, una scommessa sul futuro: non vi sono garanzie che questa valutazione dei mercati sia in alcun modo superiore a qualsiasi altra forma di valutazione.
Prima di tutto, la valutazione finanziaria non è neutrale: influisce sull’oggetto che intende valutare, dà avvio e costruisce il futuro che essa immagina. Per questo, le agenzie di rating svolgono un ruolo importante nel determinare il tasso di interesse sui mercati dei bond, assegnando pagelle che sono altamente soggettive, se non addirittura guidate dal desiderio di accrescere l’instabilità come fonte di profitti speculativi. Quando queste agenzie tagliano il rating di uno Stato, accrescono il tasso di interesse richiesto dagli attori finanziari per acquistare titoli del debito pubblico di questo stesso Stato e in tal modo accrescono il rischio della stessa bancarotta che hanno annunciato.

Se dunque il mito dell’efficienza dei mercati finanziari rappresenta il presupposto ideologico di queste operazioni e le agenzie di rating l’incredibile strumento di coordinamento della speculazione, capace di rendere auto-realizzantesi le proprie profezie, occorre mettere in giusta evidenza il fatto che alla base dell’attuale critica situazione dei Paesi europei sta uno specifico elemento, assai poco noto al largo pubblico, vale a dire il Trattato di Maastricht, che ha sancito le modalità che gli Stati membri devono seguire per approvvigionarsi di moneta.

A livello di Unione Europea, la finanziarizzazione del debito pubblico è stata inserita nei trattati: a partire dal trattato di Maastricht, le banche centrali (es. Banca d’Italia) hanno il divieto di finanziare direttamente gli Stati, i quali devono quindi trovare prestatori sui mercati finanziari. Questa “punizione monetaria” è accompagnata dal processo di “liberalizzazione finanziaria”, che è l’esatto opposto delle politiche adottate dopo la Grande Depressione degli anni Trenta, che prevedeva la “repressione finanziaria” (vale a dire severe restrizioni alla libertà di azione della finanza) e “liberazione monetaria” (con la fine del gold standard cioé dell’oro quale base del valore monetario). Lo scopo dei trattati europei è di assoggettare gli Stati, che si presuppone siano per natura troppo propensi allo sperpero, alla disciplina dei mercati finanziari, che sono ritenuti per natura efficienti ed onniscienti.

Ecco quindi come, dal livello filosofico-ideologico che santifica i “mercati finanziari”, accolto acriticamente ma interessatamente dalle èlite dei tecnocrati comunitari, si sia aperto per legge il varco in Europa all’uso politico del potere del denaro, giungendo a condizionare in modo diretto la vita di intere comunità nazionali: il fatto che gli Stati (e, come loro, regioni, provincie e comuni) siano dovuti andare a cercare i soldi sui mercati finanziari, proprio mentre il credito veniva, come in Italia, trasformato per legge da funzione sociale ad attività esclusivamente lucrativa, pone i nostri Paesi in completa soggezione ai signori della moneta. Per rimediare a ciò, è necessario che il potere politico, svenduto ai banchieri, sia riconquistato, non possiamo fare altrimenti, pena, uno stato di schiavitù per noi e le generazioni future.

Sciogliere le catene della schiavitù monetaria significa avere il coraggio di creare, senza indugio e senza discussioni, una nuova banca nazionale e stampare in proprio la moneta necessaria al bilancio dello Stato. I titoli dello Stato li compreranno esclusivamente i suoi cittadini (come avviene in Cina e in Russia) e non saranno collocati nella borsa mondiale alla mercè di chiunque voglia impadronirsene. Sono già pronti molti studi e molti progetti, elaborati da economisti italiani e stranieri di grande competenza, e sono anche molti i politici, presenti in diversi Partiti, dal Pdl alla Lega, all’Italia dei Valori (con un’interpellanza parlamentare dell’on. Di Pietro sulla questione della sovranità monetaria) che sarebbero favorevoli a questa decisione e aspettano soltanto che qualcuno prenda la parola per primo. Ma anche nella base, i semplici cittadini, possono già agire ed iniziare a riappropriarsi della propria Sovranità economico-monetaria attraverso prototipi di monete locali che possiamo già trovare in circolazione, come ad esempio gli SCEC (Solidarietà ChE Cammina) dell’Associazione senza scopo di lucro Naturalmente Verona – ArcipelagoSCE.

Si tratta di una decisione alla quale non c’è scelta perchè uno Stato che intraprende la strada dei prestiti a interesse con la Banca centrale europea, non sarà mai in grado di restituirli e alla fine crollerà svendendo ogni Bene Pubblico. I meccanismi dell’indebitamento sono relativamente semplici, matematici, spieghiamo ciò con un esempio: Lo Stato italiano, “ipotizziamo” senza soldi o peggio con un grosso debito, al tempo “t” chiede alla BCE un prestito di denaro pari a 100 per far funzionare la propria economia, la BCE stampa i soldi e li consegna applicando un certo tasso annuo di interesse (poniamo per semplicità di calcolo pari al 10%); dopo 12 mesi l’Italia raccoglierà tutto il denaro reale prestato, cioé 100 ma non riuscirà a raggiungere la somma di 110 perché i soldi dell’interesse (i 10) non sono mai stati stampati. Così l’anno successivo lo stato Italiano, ripetendo l’operazione dovrà restituire 111, ma 11 non esistono materialmente… Questo conduce ad una continua crescita del cosiddetto “debito consolidato”, dal quale non si riesce ad uscire e che va sempre in crescendo nel tempo, esponenzialmente. Il meccanismo non cambia nel fatto che i soldi sono obbligatoriamente da ricercare sui mercati finanziari, se non in senso peggiorativo delle condizioni di prestito.

È ormai evidente la necessità di sottrarre i nostri Paesi radicalmente al condizionamento del capitale finanziario internazionalizzato, riaffermando il principio che, nelle nostre democrazie, la gestione della cosa pubblica è demandata a rappresentanti eletti dal popolo, se non dal popolo stesso, la base (l’Islanda in questi mesi ci ha dimostrato che ciò è possibile). In questa prospettiva, la liberazione delle nostre economie passa per alcuni punti fondamentali, la cui comprensione non necessita delle spericolate alchimie degli economisti di mestiere: in primo luogo, le imprese devono tornare a rendere conto non agli azionisti ma ai consumatori ed ai lavoratori e la loro efficienza si deve misurare su questo piano, non su quello della loro attività in borsa: l’economia reale deve ritornare ad avere il primato sull’economia finanziaria; in secondo luogo, le pubbliche amministrazioni devono essere snellite a livello territoriale e basate su principi di semplificazione burocratica, efficienza di gestione, qualificazione del personale, spirito di servizio; in terzo luogo, il credito deve tornare ad essere considerato primariamente funzione sociale e quindi deve essere posto sotto il controllo delle forze della produzione economica e non della speculazione e, di conseguenza, lo stesso deve avvenire per la creazione della moneta e dei correlati strumenti finanziari; questi ultimi devono essere in chiara e proporzionata relazione con i beni ed i servizi effettivamente sottostanti e la loro commercializzazione deve potere seguire percorsi chiaramente tracciabili; le attività finanziarie devono essere tassate in modo proporzionale ai volumi posseduti ed all’ampiezza della loro utilizzazione.

Come segnale inequivoco della strada da intraprendere, bisognerebbe richiedere con urgenza l’apertura di un’inchiesta internazionale sulla condotta delle agenzie di rating, da promuovere presso le Nazioni Unite, allo scopo di verificarne composizione azionaria, conflitti di interesse, liceità delle attività svolte ed effetti diretti ed indiretti della loro condotta sulle economie dei singoli Paesi negli ultimi venti anni; nel frattempo, le attività di rating di queste agenzie, in quanto parti interessate, dovrebbero essere sospese a tempo indeterminato. Si porrebbe in tal modo all’attenzione dei popoli la questione della sovranità economica delle comunità nazionali, che deve essere oggi considerata l’irrinunciabile presupposto per intraprendere il risanamento dei nostri Paesi. Dubitiamo che le attuali classi dirigenti, tra le quali quella italiana, possano oggi porsi alla testa in Europa di un simile orientamento: ma è questa la sola via per riscattare i nostri popoli dalla schiavitù del debito, non un debito reale, di oro o frumento o cavalli, ma un debito di carta straccia, carta e inchiorstro…

Fonti:

www.italianiliberi.it

www.comedonchisciotte.net

www.inviatospeciale.com

www.clarissa.it

http://www.scecservice.org/wp/?page_id=3000