Sovranità alimentare: la parola ai contadini.

La Commissione Europea si appresta a modificare la Politica Agricola Comunitaria – PAC, mantenendosi nel solco liberista degli ultimi 30 anni. L’alternativa, per il nord e il sud del mondo, è la tutela dell’agricoltura contadina. Intervista* a Fabrizio Garbarino dell’Associazione Rurale Italiana, membro di Via Campesina – Europa. Ci battiamo ormai da una quindicina d’anni perchè la PAC prenda in carico le istanze dell’agricoltura contadina, quella europea, ma di riflesso quella di tutto il mondo. Noi crediamo che una riforma radicale della PAC possa aiutare sia i nostri territori, sia i paesi in via di sviluppo dove i nostri prodotti, pesantemente foraggiati, vengono esportati distruggendo le economie locali. Non siamo per l’abolizione della politica agricola, anzi: l’agricoltura dovrebbe essere un problema di tutti, non soltanto degli operatori del settore; crediamo quindi che le politiche pubbliche se ne debbano far carico. Con l’entrata nell’Unione Europea dei paesi dell’est abbiamo acquisito circa sei milioni di contadini; vogliamo che questi numeri rimangano tali, perchè tanti contadini determinano un territorio socialmente vivo e la rinascita dei mercati locali. Nella vostra riflessione è centrale il concetto di sovranità alimentare: di cosa si tratta? La sovranità alimentare è il diritto-dovere dei territori di coltivare e consumare il proprio alimento. Si tratta di ribaltare il paradigma in base al quale sono altri – il mercato mondiale, le politiche della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale – che decidono cosa i contadini debbano coltivare. Pensiamo che sia un problema dei paesi in via di sviluppo, ma in realtà è ormai pesantemente presente nei nostri territori perchè i contadini europei devono sottostare a politiche che distruggono la sovranità alimentare.

L’agricoltura potrebbe essere l’ancora di salvezza per i giovani posti di fronte alla crisi europea dell’industria e dei servizi, ma la tendenza è esattamente opposta: dal 2003 al 2010 il settore agricolo ha subito una concentrazione spaventosa, con la scomparsa del 20% delle imprese.
Credo che l’agricoltura possa essere una grande opportunità; lo posso dire con cognizione di causa perchè assieme ad altre persone, che provenivano da ambiti diversi, abbiamo creato nel 2001 una cooperativa agricola nella langhe piemontesi, dove alleviamo capre.
Il fatto che l’agricoltura sia ormai un settore quasi complemente appannaggio di persone anziane sta moritificando i territori a livello di frizzantezza culturale. Se l’agricoltura tornasse a essere una priorità non solo sarebbe un’ancora, ma un modo per rilanciare il territorio e l’economia.

L’attuale impianto della PAC permette di inondare i paesi del Sud del mondo con prodotti agricoli sotto-costo, grazie ai sovvenzionamenti diretti alle grande industrie dell’export. E’ un circolo vizioso che stronca i piccoli contadini del sud e rende quelli del nord degli assistiti, in balia dei prezzi definiti su mercati internazionali.
E’ possibile rompere questo schema?
L’Associazione ha prodotto centinaia di documenti nei quali dimostriamo che se le sovvenzioni per l’esportazione venissero arrestate, quest’agricoltura energivora e distruttiva dell’economia dei paesi in via di sviluppo smetterebbe di funzionare. L’agricoltura contadina in questi anni ha comunque resistito; basterebbe, non tanto sovvenzionare, quanto equiparare a livello legislativo l’agricoltura contadina e quella industriale.
Lo stesso problema delle migrazioni è legato a paesi in via di sviluppo che vedono la propria agricoltura distrutta. Si tratta di un circolo vizioso, creato dal capitale e dal neo-liberismo; si potrebbe staccare la spina a questa politica, basterebbe volerlo, con un importante mobilitazione anche delle persone comuni. I quarantacinque miliardi di euro della PAC sono soldi nostri; vogliamo che vengano spesi diversamente, in quanto cittadini europei.

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