RIO+20 I risultati di un vertice
Rio+20 ha rappresentato un ennesima e ulteriore dimostrazione dell’incapacità da parte dei Governi nazionali di affrontare e risolvere le sfide epocali che ci troviamo ad affrontare, ma anche della scelta consapevole e voluta della politica di abdicare al proprio ruolo, lasciando spazio al privato ed alle sue dinamiche. E ha mostrato come non esistano spazi istituzionali immuni dall’invadenza del mercato e delle pressioni delle élite dominanti (Sinarchia). Parlare di fallimento di Rio+20 tout court rischia oggi di essere un errore, perché da Riocentro escono vincitori e vinti, e mentre tra questi ultimi possiamo elencare le proposte della società civile globale e la speranza di un cambiamento strutturale del sistema, tra i primi è in prima fila la businesscommunity globale. Al di fuori delle contrapposizioni manichee tra luoghi (esterno vs interno ai vertici) e tra protagonisti (noprofit vs profit), il ragionamento dovrebbe essere strategico e Davanti ad una chiara offensiva sui beni comuni che passa per diversi percorsi (dalle ministeriali Wto ai summit del G20, dalle Conferenze Onu alle politiche degli Stati nazionali o degli organismi sovranazionali come la Commissione Europea), è forse venuto il momento di sviluppare campagne omnicomprensive, che si concentrano su beni comuni intangibili (acqua, terra) capaci di articolare al loro interno ambiti particolari (la questione della terra, del lavoro alla Wto, alla Fao, nelle politiche UE, nei negoziati UNFCCC) di ampio respiro. A cominciare da una focalizzazione sul modo che ha la società civile di fare campagne di sensibilizzazione e di pressione, alle competenze specifiche capaci di fare rete al loro interno.
Perché se lo scenario è molto complesso le conoscenze richieste sono di necessità multidisciplinari. Se l’opzione è la rete, il punto di partenza sono i territori con le comunità e le esperienze capaci di costruire economia solidale ed ecologica, e con le realtà resistenti che si oppongono ad un modello di sviluppo metatastatico. Sviluppare economia solidale ed ecologica è necessario ma non più sufficiente, davanti al progressivo consumo di suolo ed a politiche insostenibile decise altrove ma applicate localmente è necessario oramai integrare la proposta con il conflitto, capace di dimostrare che assieme alla transizione possibile è importante mettere in campo azioni di tutela e di difesa dei progressi ottenuti. Tutto questo si potrà consolidare solo in un’ottica di integrazione tra i movimenti territoriali e le campagne globali, le reti internazionali, per facilitare uno scambio di esperienze e di informazioni. La presenza ai vertici ed ai controvertici sarà conseguenza di scelte strategiche (strategia inside – outside) e non di posizioni preconcette, la possibilità di condizionare in negoziati dall’interno attraverso attività di lobbying, e di comunicare all’esterno ciò che accade nelle stanze chiuse delle istituzioni internazionali sarà uno degli strumenti in mano alla società civile per far pressione per un cambiamento concreto, al pari delle mobilitazioni esterne, dei presidi, della costruzione di filiere alternative, all’organizzazioni di vertici dei movimenti sociali.
Rio+20. I risultati di un vertice
Il documento finale di Rio+20, aldilà delle aspettative dei diversi Major Groups soprattutto quelli legati alla società civile ed ai movimenti sociali, rappresenta un passaggio comunque significativo sul paradigma di sviluppo che ci troveremo ad affrontare nel prossimo futuro.
La bassa ambizione, la poca efficacia nell’affrontare i problemi che la crisi multipla ci pone davanti non possono essere letti solo con le lenti di una mancanza di leadership e di un’incapacità di visione di lungo periodo. “The future we want” rappresenta nero su bianco la scelta da parte della politica rappresentativa di abdicare al proprio compito, lasciando spazio al privato ed alle risposte di mercato. E’ l’ennesima dimostrazione di come non sia l’economia ad occupare surrettiziamente i luoghi del confronto e della politica, ma al contrario sia quest’ultima ad aver scelto di far spazio davanti ad interessi che rispondono a esigenze particolari invece che a necessità collettive. Tutto rientra nella visione di un pieno coinvolgimento del settore privato secondo la filosofia onusiana del Global Compact per la Responsabilità sociale delle imprese e delle Partnership pubblico-privato (PPPs) nei servizi pubblici, e si sposa con una impostazione generale che vede negli approcci “volontari” l’unico modo per affrontare e risolvere gli squilibri di un modello di sviluppo insostenibile. Il concetto di “responsabilità privata” sostituisce, come motore del cambiamento, la responsabilità democratica dei decisori politici, aprendo la strada a processi decisionali poco trasparenti e non più controllabili dalla cittadinanza globale.
Grande ispirazione, poca responsabilitàCome ha avuto modo di dire la rappresentante del Major Group dei sindacati internazionali nel briefing con il Commissario europeo all’Ambiente Potocnik, sui temi sostanziali il documento è un testo “concettuale” ed ispirato ma poco concreto, e che rimanda a data da destinarsi impegni che la Comunità internazionale avrebbe dovuto prendere “qui ed ora” nel senso di facilitare processi che ad oggi rischiano di rimanere indeterminati.
Rio+20 non è stato soltanto un evento a 20 di distanza dal primo Earth summit: avrebbe dovuto rappresentare anche una tappa intermedia e significativa di percorsi che proprio a Rio 1992 hanno visto la luce, come le tre Convenzioni (UNFCCC sul clima, CBD sulla biodiversità e UNCCD sulla desertificazione). L’aver ignorato totalmente i prossimi appuntamenti di Hyderabad (UNCBD, COP11, ottobre 2012) e di Doha (UNFCCC, COP18, novembre/dicembre 2012) e le sfide che sono sui due tavoli negoziali, ha evidenziato la sostanziale inconsistenza del vertice brasiliano davanti a empasse e difficoltà che sono sotto gli occhi di tutti.
L’assenza di una spinta reale e concreta, ad esempio, alla ratifica del Protocollo di Nagoya (al 2 luglio fermo a 5 ratifiche su 50 richieste), indipendentemente dal giudizio che ogni realtà della società civile possa esprimere sulla cornice che l’ha ispirato o su alcune parti di questa, dimostra una sostanziale deresponsabilizzazione persino su percorsi che hanno già trovato un consenso allargato e soluzioni abbastanza condivise per la loro conduzione.
Gli stessi concetti ispiratori del documento tradiscono una sostanziale adesione al vecchio paradigma di sviluppo, che vede nei concetti di “crescita economica” uno dei pochi driver di cambiamento futuri, e non considerando minimamente quei “limiti del pianeta” che pure nei primi momenti negoziali erano stati messi all’ordine del giorno.
Nel capitolo II – Renewing political commitment, l’articolo 19 chiarisce la vision generale, un approccio ripreso anche al paragrafo 184 (Africa).
Ovviamente ogni azione nel campo della Green Economy non può mettere in discussione il mantra generale per cui il Commercio Internazionale è motore del benessere per tutti, come evidenziato nel paragrafo 58. La stessa cosa si trova all’interno del paragrafo XX del GATT 1994 e nell’articolo 3 dei “Principles” all’interno dell’atto costitutivo dell’UNFCCC e che mette un’ipoteca sostanziale ad ogni tentativo di uscire dal modello di sviluppo esistente. Una conseguenza diretta è l’impatto reale che organizzazioni internazionali come la Wto (l’Organizzazione Mondiale del Commercio) o accordi bilaterali come i diversi FTAs che sono in negoziato tra diversi Paesi e regioni del mondo, hanno sulle politiche governative. Esempio su tutti la disputa commerciale DS412 presso il Dispute Settlements Body della Wto che vede contrapposti il Governo canadese da una parte e Giappone (ed Unione Europea dall’altra) su una politica di incentivi che la Provincia dell’Ontario ha messo in atto per favorire una filiera locale di energia pulita. La Wto, pur essendo in stallo sul negoziato di Doha, ha strutture come il DSB che agiscono in modo autonomo ed efficace, imponendo direttive a Governi accusati di “distorcere il mercato”, allontanandosi dalle linee neoliberiste dell’Organizzazione di Rue de Lausanne.
La stessa filosofia è stata applicata alla questione dei brevetti e della proprietà intellettuale. Il negoziato TRIPS, in sede WTO, rimane comunque riferimento specifico, sebbene persino da alcuni organismi Onu (come il DESA, il Dipartimento degli Affari Economici e Sociali) siano stati espressi dubbi sull’efficacia di un tale regime di tutela della proprietà intellettuale, in particolare per ciò che riguarda le politiche di adattamento e mitigazione nei Paesi del sud del mondo. Il trasferimento delle conoscenze, in questo regime, non è per nulla automatico ed anzi tutela fortemente le imprese detentrici del brevetto, che per la Green technology sono primariamente legate ai Paesi avanzati di vecchia e nuova generazione (il Giappone, gli Usa, la Germania, la Corea la Francia e la Gran Bretagna assommano circa l’80% di tutte le innovazioni brevettate nei campi del solare fotovoltaico, geotermico, eolico e Carbon capture, secondi uno studio EPO/UNEP/ICTSD). Lo stesso trasferimento di tecnologia verrà fatto solo “su mutuo accordo”, come evidenzia il paragrafo 73.
La Governance ambientalePer quanto riguarda la Governance, altro pilastro sostanziale del negoziato di Rio, gli avanzamenti sono stati minimi anche se considerati come un possibile primo passo. Il capitolo specifico (il IV – Institutional Framework for Sustainable Development) sottolinea il ruolo di UNEP come programma Onu sull’ambiente, definendo una membership universale ed un budget stabilito capace di superare il sistema di donazioni volontarie (vedi paragrafo 88).
Non è né la costituzione di un’agenzia né tanto meno quello di un’Organizzazione internazionale. La Governance globale quindi rimane ancora in mano solo ed esclusivamente ad organizzazioni economiche e finanziarie, come il Fondo Monetario e l’Organizzazione Mondiale del Commercio (che sebbene in crisi sulla parte negoziale, ha i suoi strumenti come il DSB pienamente operativi) che sono le uniche capaci di imporre politiche ai Paesi. La nascita di un’Organizzazione Mondiale dell’Ambiente non rappresenterebbe di per sé una svolta, perché ai luoghi vanno aggiunte le politiche (ed UNEP non ha dimostrato sempre indipendenza rispetto alla business-community), ma sarebbe certamente un passo avanti nel tentativo di svuotare altri luoghi (come la Wto) di temi che non dovrebbero sottostare, almeno formalmente, alle politiche commerciali.
Vecchie ricette per problemi irrisolti
Lotta alla povertàIl capitolo V (Framework for action and follow-up) rappresenta quello più significativo, e deludente, riguardo ai vari ambiti di intervento.
La Poverty eradication, paragrafo 106, sottolinea ancora la crescita economica come driver della lotta alla povertà. Ma aldilà dello specifico testo qui riportato, le strategie utilizzate nei paragrafi seguenti mostreranno carenza di visione ma soprattutto incapacità di autocritica rispetto alla situazione drammatica di molti Paesi del mondo (vedi Paragrafo 106).
Il punto, da porre molto esplicitamente, è il seguente: se la crescita (ammesso serva secondo la visione ribadita) deve essere “sostenuta”, come dispone il para 106, c’è bisogno di fondi freschi, dedicati, mirati e (soprattutto) pubblici. Stando, però, all’ultimo rapporto sulla Cooperazione allo sviluppo Ocse/Dac, registriamo un crollo globale del 3,3% nel 2011 negli aiuti ai Paesi più poveri da parte dei Paesi donatori.
Taglio che per i Paesi dell’area euro arriva al 6,4% rispetto al 2010.
A soli tre anni dallo scadere del 2015, anno in cui la comunità internazionale è chiamata a verificare se avrà raggiunto tutti gli Obiettivi del Millennio di riduzione della povertà, tra cui quello di destinare stabilmente lo 0,7% del Prodotto globale lordo alla Cooperazione allo sviluppo, i paesi Ocse si attestano allo 0,31%, il 2,7% in meno rispetto al 2010.
Si registra, inoltre, una sorta di ”selezione dei beneficiari” degli aiuti, che si dimostrano concentrati verso i Paesi emergenti, percepiti come possibili futuri mercati di sbocco per le nostre economie in crisi, e tutt’altro che concentrati nelle tecnologie “verdi” o nella “ripulitura” ecologica e sociale delle filiere di produzione. Il gruppo dei Paesi meno sviluppati, infatti, ha visto crollare i flussi di aiuti del 8,9%, e gli stessi aiuti all’Africa – classificata come partner prioritario – si sono ridotti dello 0,9% nonostante si sia verificato un aumento di pari entità verso l’Africa del Nord, collegato ai moti della primavera araba, agli aiuti d’emergenza e, meno nobilmente, al tentativo di orientarne le scelte politiche in questa fase di transizione.
L’agricolturaUn esempio su tutti sono i paragrafi sulla sicurezza alimentare (Food security and nutrition and sustainable agriculture). Da nessuna parte viene sottolineato il concetto di “sovranità alimentare” che è un passo in più alla semplice “sicurezza” che si occupa del diritto all’accesso al cibo, senza porre in questione le modalità della sua distribuzione: si veda il paragrafo 108 e 110, in quest’ultio emerge la questione del funzionamento dei mercati e dei sistemi commerciali per aumentare la produzione e la produttività globale.
Nonostante certi passaggi possano essere ragionevoli, come il rafforzamento dei legami tra campagne e città o il riferimento alla riduzione delle perdite post-raccolta, non viene chiaramente focalizzata la questione dei mercati locali e regionali e l’insostenibilità di un mercato globale agricolo, obiettivo ancora non raggiunto dai negoziati commerciali internazionali. Il Paragrafo 118, al contrario, sottolinea l’importanza di una liberalizzazione dei mercati agricoli, nonostante l’opposizione della società civile mondiale e dei movimenti contadini. Liberalizzare il settore agricolo vuol dire mettere sul mercato il 90% dell’agricoltura ancora rimasta a livello locale e regionale, e ancora collegata alla sostenibilità economica di
intere comunità umane.
Ovviamente la partecipazione dei piccoli produttori alle strategie nazionali, regionali ed internazionali fa parte della retorica classica, considerato che molti dei percorsi fino a qui sviluppati nei negoziati commerciali internazionali (come gli EPA, Accordi di Partenariato Economico) o nei Programmi di area (come NEPAD) hanno de facto escluso la partecipazione sostanziale dei piccoli produttori alle scelte che contano. Tuttavia averne dovuto riaffermare la centralità è un evidente risultato del protagonismo dei movimenti contadini all’interno anche di questo negoziato, portato positivo della battaglia vinta all’interno del Comitato per la Sicurezza alimentare della Fao per una rappresentanza paritaria al livello degli Stati nel meccanismo di costruzione delle decisioni.
aiuti all’Africa – classificata come partner prioritario – si sono ridotti dello 0,9% nonostante si sia verificato un aumento di pari entità verso l’Africa del Nord, collegato ai moti della primavera araba, agli aiuti d’emergenza e, meno nobilmente, al tentativo di orientarne le scelte politiche in questa fase di transizione.
L’agricoltura
Un esempio su tutti sono i paragrafi sulla sicurezza alimentare (Food security and nutrition and sustainable agriculture). Da nessuna parte viene sottolineato il concetto di “sovranità alimentare” che è un passo in più alla semplice “sicurezza” che si occupa del diritto all’accesso al cibo, senza porre in questione le modalità della sua distribuzione; questo lo si sottolinea al paragrafo 108. E lo si specifica meglio al 110, dove emerge la questione del funzionamento dei mercati e dei sistemi commerciali per aumentare la produzione e la produttività globale.
Nonostante certi passaggi possano essere ragionevoli, come il rafforzamento dei legami tra campagne e città o il riferimento alla riduzione delle perdite post-raccolta, non viene chiaramente focalizzata la questione dei mercati locali e regionali e l’insostenibilità di un mercato globale agricolo, obiettivo ancora non raggiunto dai negoziati commerciali internazionali. Il Paragrafo 118, al contrario, sottolinea l’importanza di una liberalizzazione dei mercati agricoli, nonostante l’opposizione della società civile mondiale e dei movimenti contadini. Liberalizzare il settore agricolo vuol dire mettere sul mercato il 90% dell’agricoltura ancora rimasta a livello locale e regionale, e ancora collegata alla sostenibilità economica di
intere comunità umane.
Ovviamente la partecipazione dei piccoli produttori alle strategie nazionali, regionali ed internazionali fa parte della retorica classica, considerato che molti dei percorsi fino a qui sviluppati nei negoziati commerciali internazionali (come gli EPA, Accordi di Partenariato Economico) o nei Programmi di area (come NEPAD) hanno de facto escluso la partecipazione sostanziale dei piccoli produttori alle scelte che contano. Tuttavia averne dovuto riaffermare la centralità è un evidente risultato del protagonismo dei movimenti contadini all’interno anche di questo negoziato, portato positivo della battaglia vinta all’interno del Comitato per la Sicurezza alimentare della Fao per una rappresentanza paritaria al livello degli Stati nel meccanismo di costruzione delle decisioni.
Il paragrafo 116 cita, ma non risolve sostanzialmente, il problema della volatilità dei prezzi delle commodities agricole. Nessun riferimento alla speculazione né, ovviamente, all’effetto della produzione di biocarburanti sull’andamento dei prezzi. Unica “ricetta” indicata, un rafforzamento del sistema Agricultural Market Information System (Amis) insediato presso la Fao, che in realtà accozza entità di eterogenea natura (IFAD, IFPRI, WFP, OECD, World Bank, WTO, la UN High Level Task Force (UN-HLTF) e UNCTAD) e testimonia abbastanza “visivamente” le tensioni nella Governance globale del cibo. In questo ambito, infatti, si fronteggiano la FAO, presso la quale storicamente i movimenti vogliono che si concentrino le decisioni e l’operatività delle politiche produttive e alimentari, e nella quale si sono ritagliati con dure lotte uno spazio democratico, e le altre strutture, fuori e dentro l’Onu, fortemente infiltrate dall’agrobusiness e più impermeabili alla partecipazione sociale, che reclamano per se’ un comodo posto a tavola.
I diritti di proprietà intellettuale ed il trasferimento di tecnologia
La questione dei Diritti di proprietà intellettuale viene ripresa più volte, sia per ciò che riguarda il capitolo su “salute e popolazione” (Health and population) sia successivamente. Al paragrafo 142 si sottolinea la centralità del negoziato TRIPS in sede WTO. Se guardiamo, però, ai dati di fatto forniti dagli ultimi rapporti della Banca Mondiale sul commercio di tecnologie verdi, costatiamo che anche se gli scambi sono aumentati considerevolmente negli ultimi anni,
sia nei Paesi membri della Wto ad alto reddito, sia in quelli di basso e medio reddito, questi ultimi rimangono importatori netti di prodotti salva-clima, anche se le loro esportazioni sono raddoppiate nello stesso periodo. I cinque maggiori esportatori di tecnologie per le energie rinnovabili, ad esempio, sono Germania, Giappone, Stati Uniti, Cina e Paesi Bassi. Germania, Stati Uniti e Cina sono presenti anche nella top-five dei paesi importatori, insieme a Spagna e Corea. I paesi a basso reddito, invece, sono senza scampo importatori netti, e da notare che cresce la loro dipendenza da Paesi emergenti come Cina e India negli ultimi anni anche per questi prodotti.
Sulla parte legata ai diritti del lavoro (Promoting full and productive employment, decent work for all and social protection), l’accento è posto sulla disponibilità di opportunità di impiego e sul concetto di “mercato del lavoro”. Non emerge chiaramente la questione del “diritto” né del ruolo dei lavoratori non solo come degli “utenti” di un servizio o dei “riceventi” un’opportunità, ma anche come protagonisti attivi nella ridefinizione del lavoro del futuro, vedi Paragrafo 148. Alcuni passaggi risottolineano la necessità di un quadro che parli di “equità” e di “responsabilità comune e differenziata”, così come riappare il limite massimo di 1.5°C di aumento della temperatura media rispetto al periodo preindustriale, che era stata sostanzialmente cestinata alle ultime COP sul clima.
Ma nello stesso tempo si rilancia la possibile “finanziarizzazione” del clima riprendendo gli stessi concetti già espressi per il Fondo climatico di breve e di lungo periodo sdoganato alla COP16 di Cancun, dove al posto del verbo “stanziare” viene posto “mobilizzare” e si evidenzia la “varietà di fonti” tra cui quelle della “finanza innovativa” (sempre paragrafo 191).
In ogni caso, nessuna decisione sostanziale viene presa, neanche per facilitare il percorso dell’UNFCCC che vedrà la prossima COP nel Qatar a dicembre, rilanciando anzi sull’accordo di Durban che nei fatti è stato in grado solamente di tenere in piedi un percorso negoziale, senza dare certezze né sul “second commitment period” di Kyoto, né sull’accordo globale che, presumibilmente, dovrebbe vedere la luce in forma volontaria (o per lo meno non è definita in maniera inequivocabile la questione della sua capacità vincolante) non prima del 2020:
(vedi Paragrafo 192).
La biodiversità
I paragrafi sulla biodiversità (Biodiversity) sono dei fatti testi “ispirati” e “retorici” (in particolare il 197), mentre il 198 e 199 focalizzano sul percorso della CBD senza però dare indicazioni vincolanti ai Paesi (vedi Paragrafo 198).
Persino sul Protocollo di Nagoya, che per essere reso operativo alla prossima COP di Hyderabad, senza ulteriori ritardi, dovrebbe essere ratificato da almeno 50 Paesi entro metà luglio, l’approccio è quello di un “sentito invito”.
La centralità dei mercati e della cornice neoliberista negli aspetti di implementazione
Il capitolo IV (Means of Implementation) chiarisce ulteriormente alcuni aspetti già evidenziati nel testo.
Sulla parte “tecnologia” (B. Technology) si ribadisce il regime di proprietà intellettuale all’interno del quale possono avvenire gli scambi, ed in che modo – “as mutually agreed” – (Par 269).“ E su come questo ambito gli investimenti diretti esteri ed il commercio internazionale possano giocare un ruolo dirimente, senza però evidenziare come le attuale direttrici generali sugli investimenti siano molto orientate a tutelare i diritti degli investitori, soprattutto se esteri, e molto poco i diritti delle comunità locali e del Paese ricevente (Par. 271).
Sul piano dell’interdipendenza, è chiaro che il commercio, in particolare quello internazionale, giochi un ruolo importante tra gli strumenti per alleggerire l’impronta ecologica delle attività umane climalteranti. La Dichiarazione di Rio, nonostante i suoi limiti, lo teneva presente e infatti, al Principio 14 spiegava che “States should effectively cooperate to discourage or prevent the relocation and transfer to other State of any activities and substances that cause severe environmental degradation or are found to be harmful to human health”. (Principle 14). A totale supporto dell’ipotesi che nessun cambiamento di prospettiva è in vista possiamo citare, però, i due brevi passaggi sul commercio internazionale (D. Trade) in cui si evidenzia il ruolo di “motore” per lo sviluppo delle liberalizzazioni (Par 281), uno scenario che dovrebbe concretizzarsi in un ulteriore impegno nella conclusione del Doha Development Round alla Wto (Pr. 282) .
Questo impegno non è molto diversamente formulato rispetto a quelli assunti dai G8/G20 da Genova 2001 in avanti e rigorosamente non rispettati grazie anche alla forte opposizione della società civile organizzata e dei movimenti sociali agli effetti delle progressive liberalizzazioni sociali sull’ambiente e sulle risorse naturali. Nonostante la Wto, dunque, sia un’organizzazione in profonda crisi di funzionamento e di politiche, gli stati a Rio hanno preso molto sul serio un documento che la Direzione generale Wto ha inviato prima del Vertice, per orientare le misure specifiche relative al commercio. Per fortuna nessuno ha immaginato a Rio di sostenere la richiesta di appoggiare i sistemi di monitoraggio e sorveglianza delle questioni ambientali che abbiano una qualunque rilevanza commerciale sulle strutture Wto. Non ci sfugga un basico problema di democrazia, quando si affidano ad un club di Paesi le competenze di Governance delle Nazioni Unite, che non solo rappresentano molti più Stati ma soprattutto non pongono loro condizioni capestro per l’accesso al grande supermercato globale. Pur avendo tra i suoi membri in maggioranza, infatti, Paesi molto poveri, la Wto antepon e sempre per statuto le ragioni del profitto a quelle della giustizia, dei diritti e delle opportunità. Lasciare il timone a chi non abbia piena libertà di manovra verso un futuro migliore per tutti non è solo un’opportunità perduta, ma una scelta deliberata quanto scellerata. A tutti noi la responsabilità di fargli cambiare rotta, prima del prossimo vertice.
Il futuro che vogliamo. Il ruolo dei movimenti sociali e della società civile Rio+20 ha rappresentato non solo l’ulteriore dimostrazione dell’incapacità da parte dei Governi nazionali diaffrontare e risolvere le sfide epocali che ci troviamo ad affrontare, ma anche della scelta consapevole e voluta della politica di abdicare al proprio ruolo, lasciando spazio al privato ed alle sue dinamiche. E ha mostrato come non esistano spazi istituzionali immuni dall’invadenza del mercato e delle pressioni delle élite dominanti. Parlare di fallimento di Rio+20 tout court rischia oggi di essere un errore, perché da Riocentro escono vincitori e vinti, e mentre tra questi ultimi possiamo elencare le proposte della società civile globale e la speranza di un cambiamento strutturale del sistema, tra i primi è in prima fila la businesscommunity globale.
Al di fuori delle contrapposizioni manichee tra luoghi (esterno vs interno ai vertici) e tra protagonisti (noprofit vs profit), il ragionamento dovrebbe essere strategico e Davanti ad una chiara offensiva sui beni comuni che passa per diversi percorsi (dalle ministeriali Wto ai summit del G20, dalle Conferenze Onu alle politiche degli Stati nazionali o degli organismi sovranazionali come la Commissione Europea), è forse venuto il momento di sviluppare campagne omnicomprensive, che si concentrano su beni comuni intangibili (acqua, terra) capaci di articolare al loro interno ambiti particolari (la questione della terra alla Wto, alla Fao, nelle politiche UE, nei negoziati UNFCCC) ed attivandodi ampio respiro. A cominciare da una focalizzazione sul modo che ha la società civile di fare campagne di sensibilizzazione e di pressione.
Competenze specifiche capaci di fare rete al loro interno. Perché se lo scenario è molto complesso le conoscenze richieste sono di necessità multidisciplinari. Se l’opzione è la rete, il punto di partenza sono i territori con le comunità e le esperienze capaci di costruire economia solidale ed ecologica, e con le realtà resistenti che si oppongono ad un modello di sviluppo metatastatico. Sviluppare economia solidale ed ecologica è necessario ma non più sufficiente, davanti al progressivo consumo di suolo ed a politiche insostenibile decise altrove ma applicate localmente è necessario oramai integrare la proposta con il conflitto, capace di dimostrare che assieme alla transizione possibile è importante mettere in campo azioni di tutela e di difesa dei progressi ottenuti. Tutto questo si potrà consolidare solo in un’ottica di integrazione tra i movimenti territoriali e le campagne globali, le reti internazionali, per facilitare uno scambio di esperienze e di informazioni. La presenza ai vertici ed ai controvertici sarà conseguenza di scelte strategiche (strategia inside – outside) e non di posizioni preconcette, la possibilità di condizionare in negoziati dall’interno attraverso attività di lobbying, e di comunicare all’esterno ciò che accade nelle stanze chiuse delle istituzioni internazionali sarà uno degli strumenti in mano alla società civile per far pressione per un cambiamento concreto, al pari delle mobilitazioni esterne, dei presidi, della costruzione di filiere alternative, all’organizzazioni di vertici dei movimenti sociali.
Rio+20 rappresenta una realtà complessa, dentro cui però si chiariscono le direttrici generali. Il sistema, per uscire dalla crisi che esso stesso ha determinato, ha bisogno di ampliare il suo campo di azione (finanziario e commerciale) trovando nuovi asset su cui investire. La natura, a cominciare dal carbonio e la biodiversità, è l’ultima frontiera. E’ compito delle reti della società civile mettere in atto azioni concrete e convincenti, basate su analisi rigorose ed azioni coerenti, mettendo definitivamente nel cassetto strumentazioni vecchie ed inefficaci come l’autoreferenzialità, il presenzialismo, i leaderismi d’accatto. Tutto questo può passare dal rafforzamento dei territori, dalla valorizzazione delle competenze specifiche locali, capaci di mettersi in rete ad un più ampio livello, per consolidare quell’alternativa che già oggi sta emergendo dalle miriadi di esperienze di transizione che ognuno di noi, faticosamente, sta mettendo in atto.
*Per ulteriori approfondimenti ed informazioni
Il blog – www.altreconomia.it/clima
Il dossier – http://www.altreconomia.it/pdx/dossier_clima.pdf
Facebook – https://www.facebook.com/pages/Fairwatch/445018358851242
Contatti: azoratti@yahoo.it – monicadisisto@gmail.com
Trovate il testo ufficiale, per i dovuti confronti, su http://www.altreconomia.it/site/download.php?allegato=php3hreEL9249.pdf
A cura di Alberto Zoratti* e Monica Di Sisto*
FONTE: lista res – rete di economie solidali Rete Lilliput
| Stampa l'articolo | Questo articolo è stato pubblicato da andrea tronchin il luglio 6, 2012 alle 3:44 pm, ed è archiviato come Blog, Difesa attiva del territorio, Economia solidale e decrescita, Il buon mercato, Produttori di beni e servizi, Sovranità alimentare e idrica. Puoi seguire i commenti a questo post attraverso RSS 2.0. Puoi pubblicare un commento o segnalare un trackback dal tuo sito. |

