width=La decrescita e’ argomento che mi appassiona da quando ne ho sentito parlare per la prima volta, qualche anno fa, da Mauro Bonaiuti, un professore dell’Universita’ di Modena, che naturalmente prendeva spunto dall’inventore di questo termine, ovvero Serge Latouche. Con il concetto di decrescita finalmente si riescono a mettere in discussione i pilastri dell’economia politica tradizionale che supportano e giustificano il sistema capitalistico e la sua necessita’ di svilupparsi dinamicamente, trasformando il denaro e gli altri strumenti finanziari da mezzi di scambio a fini ultimi per l’arricchimento.

Poiche’ sappiamo a qual punto il volto attuale del sistema, cosi globalizzato, condizioni l’intera umanita’ senza che si riesca a venire a capo di qualche tentativo di superamento o cambiamento di rotta, la decrescita e’ un’eventualita’ che non equivale a crescita negativa, come avverrebbe per uno ‘sboom’ economico, una recessione coatta. Allo stesso tempo sembra sfuggire ad una definizione precisa. E’ pero’ parola gia’ familiare, e se pochi sono quelli che riescono ad immaginare come puo’ essere messa in pratica, magari senza costrizioni, semplicemente indotti dal bisogno, materiale e morale, molti sono quelli che dicono che comunque andra’, non sara’ serena, ma conseguenza di un processo violento e devastante.
Gira e rigira, quando si critica il sistema attuale e l’economicismo esasperato in esso presente, si cerca subito di immaginare un’alternativa, e non e’ facile.
Considero la decrescita una proposta veramente radicale e destrutturante, come hanno ben detto Badiale e Bontempelli, ma sono convinta sia anche un diverso paradigma culturale come pensa Pallante, o un modo per uscire dall’immaginario dominante come dice Latouche.
Recentemente queste persone si sono soffermate su decrescita e Welfare state. Nella prospettiva attuale della crescita, si dice, la spesa statale dovrebbe aumentare sempre, per consentire maggiori servizi sociali, e richiedere piu’ entrate, le quali, a loro volta, essendo piu’ o meno proporzionali al Pil, potrebbero salire automaticamente con esso. La visione di destra, liberal-liberista, sbandiera a gran voce la parola d’ordine ‘piu’ Mercato e meno Stato’, quella di sinistra, socialdemocratica, sostiene al contrario ‘meno Mercato e piu’ Stato’. Pallante propone un diverso slogan: ‘meno Mercato e meno Stato’. Poiche’ le merci si differenziano dai beni, Pallante afferma che occorre concentrarsi su questi ultimi e ridurre le merci. Il Welfare state, che e’ stato il cavallo di Troia per estendere la mercificazione ai rapporti umani, non puo’ continuare, va ridotto, riportando i servizi sociali nell’ambito del dono e della reciprocita’. Nelle famiglie, con tre generazioni, i nonni possono essere rivalutati per la cura dei bimbi, e gli anziani assistiti senza il ricorso, o comunque con un minore ricorso, alle strutture pubbliche o alle badanti straniere. La famiglia allargata puo’ assolvere molti compiti che oggi sono realizzati dai pubblici poteri.

Questa posizione e’ stata definita di decrescita reazionaria, da Badiale e Bontempelli. Encomiabile il loro sforzo di abbandonare la via della crescita e di trovare una diversa via per la decrescita, persuasi di poterla conciliare con il marxismo, e cercando di andare al di la’ della sinistra e della destra storicamente determinate. Vorrei che anche la destra abbandonasse discorsi fumosi sul recupero della tradizione per aiutarci ad affrontare una realta’ per certi versi insopportabile.
Badiale e Bontempelli non sono del tutto convincenti. Essi pensano ad una diminuzione del Pil senza riduzione dei servizi sociali, possibile con una forte redistribuzione del reddito e maggiori entrate statali (come si fa ad ottenere l’applicazione di imposte patrimoniali, che presuppongono una manovra dall’alto, una presa del potere!), accanto ai quali far crescere un Welfare state ‘decrescista’, basato su rapporti di scambio volontari e gratuiti fra famiglie, di uno stesso condominio ad esempio, per ricreare una sorta di piccole comunita’, di kibbutz all’italiana.
Riconosco che questo dibattito entra nel cuore del problema e credo che le due vie suggerite debbano essere prese in considerazione entrambe perche’ non esiste, non ancora almeno, un modello valido sempre e comunque. Se la decrescita s’imporra’ forzatamente, per crisi economiche e in seguito a sconquassi planetari, le comunita’ locali potranno cercare di far fronte ai loro innumerevoli problemi, e tanto meglio se ci sara’ qualcuno, con qualche linea guida in testa.
La costatazione che a fronte di una crescita della popolazione italiana del 25%, le case costruite sono aumentate del 250%, fa pensare, per esempio, che sia buono il suggerimento di Badiale e Bontempelli di consentire alle famiglie di occupare le case di proprieta’ altrui. Ma come, con quali criteri? E come farlo nel rispetto della legalita’?
Forse non basterebbe poi un tetto sulla testa, forse occorrerebbe un modo piu’ umano di abitare, che tenga conto delle esigenze delle persone d’oggi. Mi vengono in mente case con sistemi a vasi comunicanti, che permettano ‘lo stare insieme’, ma anche ‘lo stare soli’, come e per il tempo che si vuole.
Pallante recupera, per la realizzazione di servizi sociali gratuiti, la famiglia allargata premoderna, tout court. E’ vero, ci sono delle famiglie nelle quali i nonni aiutano i figli e i nipotini, e viceversa, ma questo non basta. Si puo’ tenere in conto, in contemporanea, l’osservazione di Badiale e Bontempelli, per la quale e’ indubbio che siamo abituati dalla Modernita’ a fondare i legami sociali sulla scelta responsabile e razionale, e che non possiamo tornare indietro idealizzando la famiglia patriarcale che sappiamo, anche solo indirettamente, essere piena di difetti? Per me si.
Loro esaltano i rapporti spontanei. Non posso escludere che c’e’ del vero in questo. In alcune situazioni i rapporti di vicinato sono splendidi, e si potrebbero immaginare forme di collaborazione e di aiuto reciproco, ma trovo che siano casi rari. Se guardiamo alla realta’ attuale prevalente e pensiamo ad un aumento costrittivo della scarsita’, immagino di piu’ che possa emergere gente pronta ad arraffare, perche’ la prepotenza sa vincere, nelle anonime citta’ come nelle comunita’ locali dove tutti si conoscono.
Alla fin fine queste proposte costruttive, suggerite, appaiono difficili, astratte, quasi delle utopie. Mi pare che con la mentalita’ prevalente non ci si arrivi, che occorra un cambio forte, molto forte, affinche’ famiglie assemblate a caso in un condominio possano organizzarsi in modo stabile e duraturo, come viene suggerito. In modo volontario poi. C’e’ ora un individualismo esasperato, che impera ed e’ ben coltivato da chiunque, destra, sinistra e centro, fra i ribelli e non.
Provo anche a pensare alle testimonianze di persone, anche lontane, legate da vera amicizia, che sanno aiutarsi. Mi piacerebbe sapere come fanno. Ben vengano i loro insegnamenti, le loro esperienze. Allora tutti i progetti, volontari o meno, modelli diversi, temporanei o duraturi, realizzati dalle circostanze o costruiti a tavolino, mi paiono avere dignita’, essere utili, necessari, per dare la possibilita’ a chi vuole tentare, di provare. Se non abbiamo la verita’ in tasca c’e’ bisogno di consentire in anticipo la possibilita’ a chi si pente, a chi non vuole piu’, di abbandonare il percorso tracciato, di cambiare strada e provare qualcosa d’altro.
In conclusione vorrei dire che e’ il momento di affinare il nostro spirito di osservazione per recuperare cio’ che e’ stato e che era buono, ma anche quel che c’e', o potrebbe essere, tenendo presente che cerchiamo risposte oneste e giuste, antimoderne, non premoderne. (Tratto da: http://www.ariannaeditrice.it)