Nuove parole per un mondo nuovo 8: comunicare, relazionarsi, mediare.
La relazione è comunicazione e ha quale punto di partenza le situazioni comunicative che caratterizzano la vita sociale. Alla base della possibilità che i parlanti trasformino una semplice interazione in un evento comunicativo, c’è la conoscenza dei contesti al cui interno costruiscono le loro azioni, individuano scopi comuni, elaborano progetti condivisi, si confrontano con le loro intenzioni e diversità, sviluppano una capacità di dialogo. Esiste, dunque, come prerequisito, una componente socioculturale e cognitiva per poter comunicare. La mediazione può rappresentare un valido strumento con cui accogliere il disordine e permettere a due soggetti in conflitto di riprendere un dialogo interrotto o viceversa di crearne uno nuovo. Tale esigenza viene oggi sempre più disattesa nei luoghi sociali come la famiglia, il quartiere, il gruppo dei pari, la scuola, le istituzioni religiose, il posto di lavoro. Oggi più che mai questi luoghi in cui tradizionalmente si sviluppa socialità e si regolano i conflitti sono in crisi: fenomeni diversi tra loro quali la crescita urbana e industriale, l’alta mobilità sociale, le ondate migratorie e perfino il welfare, in epoche diverse, hanno contribuito a strutturarli. In una relazione solidale ci facciamo carico dell’altro in quanto persona cercando di mantenere sempre un atteggiamento di umiltà all’interno di una comunicazione circolare. Occorre considerare l’altro come “esperto”, mantenere viva la curiosità per l’esperienza dell’altro. Occorre confidare nelle sue risorse se si vuole stabilire una comunicazione autentica; occorre dimostrare di voler imparare da lui e dalla sua esperienza di vita.
“LA RELAZIONE È COMUNICAZIONE”: Una buona conoscenza dei modelli relazionali intesi come strategie di conduzione delle relazioni interpersonali, in grado di definire rapporti di status, di ruolo e di coinvolgimento personale, fa riferimento, in fase formativa, ai concetti di simmetria e di complementarità nelle varie forme di competizione dialogica. E’ utile per gli operatori sociali (educatori, volontari…) apprendere le strategie di soluzione o evitamento dei conflitti, per mantenersi saldi su posizioni di ascolto e di flessibilità contro la rigidezza e il pericolo della caduta del discorso. (Ezio Compagnoni, docente di Pedagogia Facoltà di Medicina di Brescia)
Comunicazione ecologica : (da Peacelink.it): – La comunicazione rispetta l’equilibrio tra i bisogni dell’individuo e gli scopi del gruppo. Il “Principio Ecologico” nella comunicazione ci porta a rispettare l’individuo (“rispettare la diversita’”) e nello stesso tempo a cooperare con il gruppo (“Rispettare il contesto”). – La comunicazione ecologica propone una nuova evoluzione: i gruppi gerarchici tradizionali, basati sulle decisioni dall’alto, possono evolvere avvicinandosi ai gruppi di base, ovvero ai gruppi con un processo decisionale comune. [Nota di Carlo: E' quella che Aldo Capitini chiamava "omnicrazia", il potere di tutti]. Le influenze di feedback provengono da tutti i membri. Tutte le azioni piu’ importanti sono discusse e decise dai membri del gruppo nel loro insieme. Questo puo’ far cambiare le nostre istituzioni. Per esempio i bambini partecipano con i maestri alle decisioni su ciò che va insegnato in classe e perchè, i pazienti partecipano con i medici e gli infermieri a stabilire il programma ospedaliero, i lavoratori decidono con i dirigenti il “cosa, come e quando” della produzione, gli utenti dell’assistenza sociale partecipano alla decisione sulla distribuzione del denaro, i detenuti partecipano alla conduzione delle loro prigioni e i bambini partecipano alla scelta delle decisioni familiari. Il punto e’ che il controllo autoritario di un singolo leader (capoufficio, giudice, presidente, eccetera) si adatta male alle situazioni complesse. In un gruppo di mutua partecipazione, invece, il feedback e’ offerto da chiunque sia coinvolto nella decisione: chi la mette in pratica e chi ne riceve l’impatto.
Strategie costruttive
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Chiedere permesso (“Che ne dite se parliamo di questo problema?”)
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Essere concreti (“Quello che hai fatto martedi’ non mi sembra coerente” e’ meglio di “Sei un ipocrita!”)
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Descrivere i propri sentimenti (“Mi sento preso in giro” e’ meglio di “mi credi stupido?”)
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Dare i propri suggerimenti per il futuro (cosa ci aspettiamo dall’altro e cosa gli chiediamo)
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Chiarire la ragione dei propri suggerimenti (Propongo che… [suggerimento] perche’… [ragioni])
Facilitazione nei gruppi (da Peacelink ): – Il “gruppo” richiede facilitatori che hanno una buona esperienza di comunicazione e che sanno guidare senza schiacciare, stimolare senza agitare, integrare senza spaccare, aiutare senza soffocare, rimanere pazienti quando ci sono tempeste (dei conflitti), intervenire con giudizio al momento giusto. A mano a mano che il gruppo si sviluppa, chiunque può assumere il ruolo di facilitatore, che aiuta il gruppo a muoversi nella giusta direzione così come in biologia le molecole dell’individuo sono aiutate a muoversi in modo corretto dagli enzimi, che svolgono il ruolo di “catalizzatori” e di “facilitatori biologici”. L’obiettivo dei facilitatori e’ quello di trarre il meglio dai membri del gruppo, e nello stesso tempo aiutarli a interagire in armonia reciproca. Un gruppo senza facilitatori può cadere nel caos.
Metodi per la facilitazione:
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Evitare il dogmatismo e l’escalation del conflitto. (La questione non e’ “chi ha ragione”, ma “cerchiamo di aiutarci a capire”).
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Evitare la monopolizzazione (Fare in modo che ognuno si possa esprimere)
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Aiutare a mantenere concreta la discussione (Rimanere ancorati al fare senza impantanarsi nel dire, stimolare il gruppo a fare degli esempi della vita reale)
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Incoraggiare i membri non attivi a partecipare
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Evitare di deviare eccessivamente dal tema in modo dispersivo
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Evitare lunghi periodi di inattività (C’e’ bisogno di incontrarsi dal vivo e fare cose nel mondo reale).
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Non giudicare le persone, ma esprimere se stessi (“IO MI SENTO a disagio per quello che hai fatto” e’ meglio di “TU SEI un completo fallimento”)
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Trasformare i giudizi pesanti che si ricevono in suggerimenti positivi
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Concentrarsi sulle parti utili delle critiche e chiedere alternative positive alle azioni criticate
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Essere consapevoli della complessita’, non dipingere la realta’ in bianco e nero
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Discutere i sentimenti offesi e i malintesi
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Ragionare in positivo (“Stai attento!” e’ meglio di “Sei goffo!”)
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Evitare gli insulti
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Costruire la fiducia rafforzando la relazione di base
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Descrivere in modo costruttivo le proprie aspettative e delusioni
Ascolto attivo (Gabriella Giornelli-Cesena)
Ascoltare attivamente significa essere empatici, mettersi “nei panni dell’altro”, riconoscere e accettare il suo punto di vista, accogliendo e comprendendo le emozioni, i dubbi, le preoccupazioni che manifesta. “Se vuoi comprendere quello che un altro sta dicendo, devi assumere che ha ragione e chiedergli di aiutarti a vedere le cose e gli eventi dalla sua prospettiva.”
L’Ascolto Attivo implica il passaggio da un atteggiamento del tipo “giusto-sbagliato”, “io ho ragione-tu hai torto”, “amico-nemico” ad un altro in cui si assume che l’interlocutore è intelligente e che, dunque, bisogna mettersi nelle condizioni di capire com’è che comportamenti e azioni, che a noi sembrano irragionevoli, per lui sono totalmente ragionevoli e razionali. L’ascolto attivo, quindi, è un’abilità molto complessa che richiede formazione, impegno nell’applicazione, intenzionalità. Inoltre presuppone una comunicazione di tipo partecipativo, orientata alla valorizzazione dello scambio interattivo tra i soggetti coinvolti, attenta alla componente emotiva, finalizzata all’attivazione delle risorse dei singoli e della collettività per affrontare situazioni conflittuali e di rischio. Per ascoltare attivamente è necessario rendere evidente la partecipazione e dimostrare in tal modo la presenza nella relazione, il rispetto e il riconoscimento dell’altro. Questi riconoscimenti sono sia di tipo fisico (es. lo sguardo), sia linguistici, come quando “si riflette” quello che dice l’altro, rinviando a chi parla quanto sta dicendo. Questo tipo di ascolto attivo/riflesso è molto importante nella mediazione dei conflitti.
Consapevolezza emotiva (Ilaria Balasini): E’ la nostra abilità di percepire, identificare , comprendere, dare un nome, vivere ed esprimere le proprie emozioni nelle relazioni con gli altri. Essere consapevoli e vivere le nostre emozioni significa: coltivare quello che c’è già in ognuno di noi: spontaneità, freschezza, gioia profonda, gioco, amore per la vita, capacità di essere nel momento presente, di far tornare il sorriso dopo aver vissuto un dolore, di vivere semplicemente la vita e di goderne totalmente, è la capacità di sentire e di sentirsi, è la capacità di comprendere la nostra unicità, il nostro valore assoluto, i nostri talenti senza alcun fine se non quello di stare bene con noi stessi, di amarsi, di conoscere e rispettare i nostri bisogni e di imparare a essere responsabili della nostra vita, a partire dalle piccole cose. Essere consapevoli e vivere le nostre emozioni significa imparare a guardare dentro di sé per essere consapevoli dei nostri stati d’animo (sia piacevoli che spiacevoli), per dare loro un nome senza temerli e affrontarli.
Empatia (N.d.R): E’ la capacità “di mettersi nei panni dell’altro”, di calarsi nel suo mondo emotivo, di comprendere i suoi sentimenti, i suoi pensieri e guardarli dal suo punto di vista con sensibilità ed attenzione. Implica uno sforzo di comprensione intellettuale ed emotiva evitando che entrino in gioco simpatie ed antipatie ed ogni giudizio morale.
Comunicazione interculturale (Anna Volpi, Coop. Il Giardino dei Viandanti)
Comunicare con altre culture significa avere la consapevolezza che occorre imparare a confrontarsi con codici linguistici diversi che rivelano mentalità e sistemi di pensiero da comprendere; questo comporta cercare di mettersi nei panni dell’altro ed evitare di cadere nelle barriere mentali legate a pregiudizi, stigmi e discriminazioni. Ogni persona si forma all’interno di una specifica cultura, i cui contorni e la cui storia sono ben definiti. La “cultura d’appartenenza” è così radicata in noi da essere parte integrante nella definizione della nostra identità, reggendo i nostri comportamenti, sostenendo il nostro pensiero e motivandolo. E’ così per ogni cultura e, dunque, appare logico ipotizzare che l’ingresso nel sistema sociale di culture differenti possa causare un momento di crisi che impone una ridefinizione sociale e la ricerca di un equilibrio più ampio per comprendere in sé molteplici culture, storie e umanità. Ogni elemento di novità è per l’essere umano fonte di preoccupazione, questo è un antico meccanismo di difesa che porta a percepire il nuovo come un possibile “nemico” dal quale difendersi. Ma spesso tale paura è solo il frutto di una non conoscenza.
La conoscenza sconfigge la paura.
Conoscenza di sé, per comprendere la nostra storia, la nostra identità, ma anche conoscenza dell’altro, della sua storia, delle tradizioni, dei comportamenti e delle regole che appartengono al suo mondo.
Conoscere è un’abilità che si attua con la parola, il racconto e il confronto. Grazie alla conoscenza possiamo imparare a riconoscere quegli elementi universali che accomunano gli individui ad ogni latitudine e, attraverso questi elementi di comunanza, avvicinarci agli elementi di diversità riconoscendoli, non più, come esotismi o segnali di pericolo, ma come diversi punti di vista e diversi possibili atteggiamenti di fronte alla vita.
“Uguale a me, diverso da me” percepito sempre e comunque come un’occasione di arricchimento e di condivisione.
Comunicazioni alternative (CAA, lingua dei segni, …) (ndr)La Comunicazione Aumentativa Alternativa è per definizione multimodale, dunque sono diverse le modalità espressive che si possono utilizzare. Oltre al linguaggio (inteso come comunicazione verbale e non verbale) è possibile fornire al disabile altri strumenti che possono essere suddivisi nelle seguenti categorie: le tabelle di comunicazione (i disabili indicano simboli su tabelle), i VOCAs (Vocal Output Communication Aids) (i disabili premono pulsanti su cui vedono dei simboli), i software di comunicazione che si utilizzano con il Personal Computer. Questa ed altre “lingue” affermano il diritto delle persone fragili ad influenzare l’ambiente di vita attraverso la comunicazione…
Affettività (ndr): Capacità di gestire le relazioni sia nelle situazioni armoniche che conflittuali, vivendo positivamente la dimensione affettiva e mantenendo la propria autonomia. Consiste nell’insieme delle reazioni e degli scambi che l’individuo ha con l’ambiente a livello di emozioni, sentimenti, stati d’animo, passioni.
Accoglienza (Pietro Toesca, Eupolis 36): Le antiche civiltà epiche e tutte le civiltà che noi chiamiamo primitive (si pensi ai pellerossa) hanno sempre premesso al riconoscimento dell’ospite i riti, anche materiali (la cura) dell’accoglienza. Lo straniero …è proprio è il prossimo evangelico trovato per la strada e bisognoso perché il suo viaggio lo mette in questa condizione di balia della generosità di chi lo accoglie.
Amicizia (da Wikipedia) Con amicizia, da un punto di vista oggettivo, si indica un tipo di legame sociale accompagnato da un sentimento di affetto vivo e reciproco tra due o più persone dello stesso o di differente sesso, ma anche tra esseri umani ed esseri appartenenti al mondo degli animali. Da un punto di vista soggettivo, insieme all’amore, sociale del singolo. In quasi tutte le culture, l’amicizia viene intesa e percepita come un rapporto alla pari, basato sul rispetto, la stima, e la disponibilità reciproca.
Amare: (anonimo) “Chiedo sincerità. Chiedo complicità, il poter parlare con lui/lei di ogni argomento anche quello che potrebbe far male, trovare in lui il mio sostegno e dare a lui tutto il mio in un mutuo scambio di opinioni e di amore. Non voglio competizione, ne una persona che giudichi aspetto fisico ed economico…Voglio che la stima sia reciproca e che nessuno dei due tenti di cambiare l’altro… i consigli invece sono bene accetti… Voglio che lui rispetti i miei spazi così come io devo rispettare i suoi…. Ma i nostri di coppia non devono mai mancare…”
Tenerezza A cura di Giacomo Del Monte Direttore del sito www.psicosalute.it …Essere teneri nella nostra società purtroppo vuol dire essere deboli; ma questo è sbagliato, perché essere forti non vuol dire che non si deve mostrare alcuna debolezza (ammesso che la tenerezza sia una debolezza). Scoprire la mancanza di qualcosa ci rende forti e coscienti. La paura di essere feriti se si mostrano i propri desideri di tenerezza a volte ci allontana dalla verità. In un rapporto di coppia dopo una fase iniziale, si comprende di aver abbassato le proprie difese, ad esserne piacevolmente colpiti, ci si ferma a pensare che in fondo è bello potersi aprire a qualcuno senza dover soffrire. Con il tempo, questo pensiero può irrigidire le persone, può portare a pensare e a confondere l’apertura con la debolezza, scoprire che l’abbandonarci ci piace terribilmente e per questo si fugge. Oggi sempre più donne dicono che non trovano un uomo con la U maiuscola. Non si sa se questo non accade perché le donne sono sempre più aggressive (come dicono gli uomini) o, perché gli uomini non vogliono assumersi delle responsabilità (come dicono le donne). Di fatto, sembra che mostrarsi ad un partner possa rendere più aggressivi o più impauriti rischiando di non incontrarsi mai. Essere teneri può essere un desiderio che spinge l’uomo ad elevarsi, ad essere presente, ad ascoltare l’altro. Una cosa sembra però certa: ”La tenerezza è parte fondamentale dell’uomo e la sua espressione rende l’uomo più forte”.
Autenticità (da Wikipedia) Il concetto di autenticità ha una connotazione soggettiva e una oggettiva. Per la prima l’autenticità è la sincerità che l’uomo ha con se stesso, quando cioè non si finge di essere quello che non è, quando è genuinamente quello che il suo carattere lo fa essere. A questa interiorità spontanea e autentica deve però corrispondere un coerente comportamento esterno: vi deve essere un accordo tra le vere caratteristiche interiori e il rapporto con gli altri nel senso che l’uomo soggettivamente autentico accorda il suo temperamento a ciò che dice e fa: dice ciò che pensa, fa quello in cui crede.
Auto/mutuo aiuto, (ndr): “I gruppi di self-help sono strutture di piccole dimensioni, di solito costituiti da pari che si uniscono per assicurarsi reciproca assistenza nel soddisfare i bisogni comuni, per superare un comune handicap, o un problema di vita oppure per impegnarsi a produrre desiderati cambiamenti personali o sociali.” La ricerca di un confronto con altri (genitori, donne,..), il bisogno di comunicare, di ascoltare le esperienze di coloro che vivono gli stessi problemi, la necessità di chiedere informazioni – “Come hai fatto per… , Dove vado per… ” – animano il gruppo di auto/mutuoaiuto che si riunisce ogni due/tre settimane alla presenza di un mediatore che facilita il confronto e la condivisione. All’interno del gruppo si vive un percorso di ascolto di sé e dell’altro, si riflette sui propri sentimenti e sulle proprie relazioni, vengono approfondite le singole situazioni familiari e si cerca insieme una possibile soluzione. Nella condivisione del gruppo scaturisce l’aiuto e il mutuo aiuto: autoaiuto perché il gruppo aiuta il singolo a capire se stesso e a rafforzarlo; mutuo aiuto perché ogni membro del gruppo può essere di aiuto all’altro, perché la sua testimonianza sostiene gli altri.
Donare (Lalli e Pietro Salizzoni; Donare 2005-Carpi): La parola dono rimanda immediatamente ad un bene materiale, un oggetto. Nell’ombra, ve ne è il suo significato più profondo: ciò che viene detto o fatto per il bene altrui. Per esempio, offrire all’altro la sincerità e la profondità di un affetto, una carezza o un sorriso in uno dei tanti momenti di difficoltà, mettere il proprio bagaglio di esperienze, il proprio sapere, o il proprio lavoro, al servizio di un bisogno altrui, accogliere una differenza, saper ascoltare o perdonare. Tutti doni difficili da regalare, ma altrettanto difficili da riconoscere ed apprezzare quando siamo noi a riceverli.
MEDIARE: “REGOLAZIONE SOCIALE DEI CONFLITTI” (da www.ristretti.it – Padova; Paolo Giulini, Adolfo Ceretti, Francesca Garbarino) …La mediazione può rappresentare un valido strumento con cui accogliere il disordine e permettere a due soggetti in conflitto di riprendere un dialogo interrotto o viceversa di crearne uno nuovo. Tale esigenza viene oggi sempre più disattesa nei luoghi sociali come la famiglia, il quartiere, il gruppo dei pari, la scuola, le istituzioni religiose, il posto di lavoro. Oggi più che mai questi luoghi in cui tradizionalmente si sviluppa socialità e si regolano i conflitti sono in crisi: fenomeni diversi tra loro quali la crescita urbana e industriale, l’alta mobilità sociale, le ondate migratorie e perfino il welfare, in epoche diverse, hanno contribuito a strutturarli. A poco a poco si è verificata infatti una forma che potremmo definire di spossessamento delle solidarietà primarie a profitto di una stabilità statale garantita dal cosiddetto Stato assistenziale. Le strutture intermedie si sono indebolite ogni qualvolta lo Stato si appropriava delle loro sfere di competenza. Quando poi sono tornate in auge le politiche liberiste (paradigmatico è il caso dell’Inghilterra), disinteressate, come è noto, a investire nel sociale, si è determinato un vuoto ancora più gestibile. E’ proprio in questi spazi lacerati, talvolta irriconoscibili a sé stessi, che sorgono i primi tentativi articolati di ricostituzione delle comunicazioni e delle relazioni con un’impostazione di carattere comunitario, caratterizzata innanzitutto come un movimento indipendente dai poteri pubblici e dal sistema della giustizia, animato da un fervore democratico volto in particolar modo a restituire alla comunità l’apprendimento delle virtù della convivialità, dell’intesa reciproca e della solidarietà. (da www.ristretti.it – Padova; Paolo Giulini, Adolfo Ceretti, Francesca Garbarino)
La mediazione (da www.ristretti.it) (Giulini, Ceretti, Garbarino) Nei programmi di mediazione comunitaria, presenti nelle esperienze statunitensi ed in quelle realizzate in seguito in Europa, si possono individuare alcuni principi ispiratori:
1) Bisogna sempre ricercare l’aspetto positivo di ogni conflitto.
2) Le manifestazioni pacifiche in seno alla comunità riducono le tensioni esistenti e aumento le possibilità di ritrovare una soluzione reale.
3) E’ necessario che l’individuo e la comunità accettino la responsabilità dei propri conflitti.
4) La soluzione volontaria di un conflitto è necessaria ed incoraggia lo spirito di cooperazione nella comunità.
Le prime strutture di mediazione introdotte nei quartieri di alcune città americane, prendono in considerazione i litigi nati dalla vita quotidiana: i conflitti di vicinato, gli atti vandalici, gli schiamazzi e la rumorosità, i furti di lieve entità, le risse ecc.
Prevenzione: (Mediazione sociale; Giulini, Ceretti, Garbarino)
“L’idea di fondo è di non negare la storia del conflitto, di non ignorare le dinamiche interpersonali. Molti conflitti sarebbero da considerare come una sorta di manifestazione della volontà di commettere un reato, che spesso si consumerebbe perché non si è affrontato il dissidio in modo appropriato, vale a dire in modo comunitario. Un gran vantaggio degli approcci comunitari è di operare all’interno delle relazioni interpersonali. Se si tiene conto che, come rivelano le ricerche criminologiche, la gran parte delle violenze e degli abusi che suscitano allarme sociale e paura avvengono all’interno di relazioni già strutturate ( convegni, familiari, soci in affari, vicini di casa, ex amanti….), ci si chiede, forse con un po’ di ingenuità, come mai si investa – anche in termini economici – così tanto a favore di sistemi chiamati ad intervenire dopo l’accadimento del fatto, e non altrettanto, anzi quasi per niente per le politiche di prevenzione.”
La responsabilità (Ornella Favero, Ass. Ristretti Orizzonti): Il paradosso è che alle persone che hanno commesso reati, dimostrandosi incapaci di fare scelte consapevoli, il carcere da una parte dice: tu hai violato le regole, quindi adesso devi assumerti la responsabilità di quello che hai fatto e del dolore che hai provocato. Nello stesso tempo ti rinchiude e ti toglie ogni più piccola responsabilità, ti infantilizza al punto, che devi chiamare l’agente anche per spegnere la luce o per andare in doccia…
Perché il carcere diventi in qualche modo davvero quello che dovrebbe essere, cioè il luogo della privazione della libertà, ma anche il luogo dove scontare una pena che abbia un senso, è fondamentale che la società “ci entri dentro” davvero, che accetti il confronto, che capisca che le persone, parcheggiate per anni in galera magari senza far niente, in un ozio assurdo e avvilente, non usciranno certo migliori se non si dà loro modo di assumersi la responsabilità dei propri comportamenti.
Nel carcere di Padova l’esperienza più sconvolgente da questo punto di vista è stata l’incontro di alcuni detenuti con famigliari delle vittime di reati, come Benedetta Tobagi, a cui è stato ucciso il padre dai terroristi, o Olga D’Antona, moglie di Massimo D’Antona, il giurista ucciso dalle Brigate Rosse, che hanno raccontato tutta la loro sofferenza, senza timore di farsi vedere piangere: in quel momento c’è stata una presa di coscienza davvero nuova che ha invaso tutte le persone condannate per omicidio, tanto che un detenuto ha anche detto che è in carcere da diversi anni per aver ucciso, ma che soltanto in quel momento, ascoltando loro, ha pensato davvero alla madre e alla sorella della persona che ha ucciso. Quegli incontri, con vittime che hanno avuto il coraggio di varcare la soglia di un carcere e di parlare di una giustizia più mite, sono serviti forse più di tanti anni di galera a dare alle persone, che avevano commesso reati di sangue, la percezione vera della sofferenza provocata con i loro atti. E questo è un passaggio fondamentale per arrivare ad assumersi fino in fondo la propria responsabilità.
Testimonianza (Ornella Favero, Ass. Ristretti Orizzonti): Le parole vanno pesate. Anche perché una riflessione sulla propria vita, se fatta in modo costruttivo e soprattutto coraggioso, rende le persone detenute consapevoli che, così come le parole dette dai media possono fare davvero male a loro, nello stesso modo le testimonianze dei detenuti possono danneggiare altri. Il principio è il più antico, non fare agli altri quello che non sopporteresti fosse fatto a te, e questo, se applicato alla testimonianza dal carcere, porta al risultato che la persona condannata ha ben chiaro nella sua mente che, quando si racconterà, dovrà farlo con un forte senso di responsabilità, sapendo che bisogna parlare rispettando la dignità e la sensibilità degli altri. Poi, una volta che si arriva a fare questo, il cerchio si chiude positivamente, perché questo è il vero cambiamento, recuperare il senso della dignità e del rispetto, per sé e per gli altri.
Giustizia riparativa: (Giuseppe Maglione): La Giustizia riparativa (o Restorative Justice) può essere definita, in prima approssimazione, come un innovativo approccio al reato, un diverso vocabolario per pensare e gestire le conseguenze dei fatti criminosi, un’alternativa radicale al mondo del processo e della pena retributiva. Il reato, nell’ottica della Giustizia riparativa, viene inteso come l’espressione giuridica di uno specifico micro-conflitto sociale (i cui attori giuridici sono l’imputato e la parte offesa) che si vuole riconoscere nella sua complessità e gestire attraverso strumenti che promuovono la riparazione consensuale dei suoi “effetti perversi” (cessazione comunicazione, autismo sociale, forme di violenza) e la riconciliazione tra i suoi attori. Il reato non è più considerato come un’offesa commessa contro la società in astratto, o come un comportamento che incrina l’ordine costituito – e che richiede una pena da espiare – bensì come la parte emergente e giuridicamente rilevante di una più complessa (e critica) relazione sociale, che, nel suo deteriorarsi per i fattori più vari, può provocare privazioni, sofferenza, dolore a persone in carne ed ossa e che richiede principalmente l’attivazione di forme di dialogo, di riparazione e riconciliazione legate a quella specifica e irripetibile situazione di conflitto. Per dirla metaforicamente, Giustizia penale e Giustizia riparativa guardano nella stessa direzione ma vedono cose diverse: da una parte il reato dall’altra il conflitto, da una parte il processo, l’accertamento della verità, l’allocazione della responsabilità, eventualmente la pena, dall’altra l’iter di mediazione, il lavoro di riconciliazione, la riparazione. Dove la Giustizia penale attraverso il processo azzera la comunicazione tra le parti, rendendo protagonisti giudici e avvocati, tentando di neutralizzare il conflitto perché patologia sociale, lì la Giustizia riparativa restituisce la parola, stimola il dialogo tra chi il conflitto lo vive nella sua dura concretezza, cerca di recuperare la forza positiva del conflitto per rigenerare il legame sociale.
Socialità (Giuseppe Maglione): Questo “nuovo” modello, a ben vedere, rappresenta molto più della semplice applicazione di una teoria sul trattamento dei conflitti, configurandosi invece come processo di produzione di socialità in grado di rigenerare legami tra le persone e di moltiplicare le possibilità di condividere e affrontare situazioni problematiche, rigenerando così il tessuto connettivo che lega i confliggenti al loro ambiente di vita. Inserendosi nel flusso di comunicazione (o di non-comunicazione) caratteristico del conflitto, interagendo con la realtà sociale “locale”, i processi di gestione riparativa dei conflitti (mediazione in primis) vanno a rappresentare un intervento alimentato dalle risorse disponibili nell’ambiente vitale in cui germina il rapporto di opposizione, finalizzato al miglioramento della vita dei confliggenti e della comunità in cui questi vivono. Le diverse argomentazioni e le diverse prospettive, possono, secondo quest’angolatura, reciprocamente confrontarsi e scontrarsi con pari dignità, partendo dall’ascolto attivo, producendo come effetto l’azione comune per la trasformazione della realtà problematica che si sta vivendo. Il senso di questa azione rimane sempre all’interno della comunità e si nutre di dinamiche di partecipazione.
Riparazione e metodo del consenso (Giuseppe Maglione): La Giustizia riparativa è occasione e strumento per diffondere una cultura diversa per la gestione del conflitto sociale, interagendo coi soggetti nel progettare azioni e praticare soluzioni condivise, promuovendo la creazione di momenti stabili e informali di dibattito e confronto sulle problematiche evidenziate da chi vive direttamente il conflitto. Col paradigma riparativo, attraverso la sostanziale restituzione alle parti del potere di generare una rappresentazione della realtà del conflitto aderente alla percezione delle stesse, non irrigidita in forme astratte del diritto; attraverso la rielaborazione degli aspetti affettivo-relazionali e materiali del conflitto; per mezzo della costruzione consensuale dell’eventuale “soluzione” all’opposizione interpersonale, diventa possibile la ricostruzione degli spazi sociali comunicativamente strutturati, nella prospettiva di una diversa forma di produzione di ordine sociale all’interno e in un certo senso per mezzo, delle potenzialità comunicative dello stesso ambiente sociale. La Giustizia riparativa, nella sua dimensione collettiva e interculturale, costituisce dunque una possibile alternativa, portatrice di una diversa concezione della democrazia, come sistema proceduralizzato di gestione del conflitto sociale. Con la Giustizia riparativa, infatti, si tenta di attivare un processo consensuale che si oppone ad una concezione verticale dell’esercizio del potere, un processo in cui entra in gioco la dimensione linguistica, finalizzata all’intesa, al consenso e alla condivisione di punti di vista e d’immagini del mondo sullo sfondo dell’ambiente sociale, il cui coinvolgimento e rivitalizzazione può essere considerato l’obiettivo finale dell’intervento riparativo.
| Stampa l'articolo | Questo articolo è stato pubblicato da andrea tronchin il agosto 18, 2011 alle 11:11 am, ed è archiviato come Blog, Produttori di beni e servizi. Puoi seguire i commenti a questo post attraverso RSS 2.0. Puoi pubblicare un commento o segnalare un trackback dal tuo sito. |


