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La Città dell'AltraEconomia di Roma

 

Sempre di più nella la Società  Civile italiana si moltiplicano le iniziative concrete per la realizzazione di un’altraeconomia, una alternativa concreta al modello unico neoliberista della crescita infinita in un mondo finito. Il prossimo 13 Marzo a Mestre ci sarà  un incontro alla “Città  dell’Altraeconomia di Venezia“, all’ex Palaplip in Via S. Donà , le realtà  che costituiscono “la citta”, dai produttori di beni e servizi alle Associazioni di varia tipologia sono circa una quarantina. Ugualmente a Roma, esiste da tempo la”Città  dell’Altraeconomia“, in zona Testaccio, anche qui una trentina le realtà  aderenti. A Verona le reatltà  aderenti alla Rete di Economia Solidale “Naturalmente Verona ““ ArcipelagoSCEC” sono circa un centinaio. Considerando che esistono molte reltà  fisiche che si potrebbero prestare alla costituzione di una “città  dell’altraeconomia veronese” (ad esempio Villa Buri a San Michele o Villa Albertini ad Arbizzano di Negrar) ci sarebbe da farci un pensierino… Qui di seguito riportiamo un articolo della rivista Carta sulla CAE di Roma.

 

La signora Giuliana ha sett’anni e un lungo cappotto blu, ed è piuttosto a sua agio mentre accompagna le sue tre amiche di Testaccio, lo storico quartiere nel cuore di Roma, a prendere un tè ai tavolini all’aperto del bar. Enrico, intanto, è nella libreria a scegliere un regalo per la sua compagna: il nuovo di Wu Ming, «Anatra all’arancia meccanica» edito da Einaudi, oppure il brillante «Diari della bicicletta» di David Byrne della Bompiani. Accanto alla libreria, Marzia chiede informazioni nello stand dell’associazione Occhio del riciclone: vuole partecipare come artigiana indipendente alla prossima mostra-mercato ospitata nell’ex mattatoio. Nel grande piazzale Serena, ma soprattutto Alessio con la sua bici appena riparata dai ragazzi della ciclofficina, inseguono invece il loro cocker nero, mentre mamma e papà  fanno la spesa tra i banchi di frutta e verdura di stagione, con lunghe pause per salutare i contadini dalla campagna laziale. E un’improbabile e sorprendente band romana, i Killbillies, segnatevi questo nome per favore, allieta tutti a ritmo di blues, neanche fossimo per le strade di Chicago. Per i «grandi» media sono soltanto persone comuni che, in una domenica qualsiasi di marzo, contribuiscono in modo un po’ bizzarro a far girare l’economia. Ma a pensarci bene, loro e i molti altri che in una giornata luminosa e perfino tiepida affollano la Città  dell’altra economia, con quell’aria da persone comuni alle prese con una quotidianità  ordinaria, sono un problema non da poco per la malridotta amministrazione comunale.

Dietro quei banchi e in quel piazzale, soprattutto durante i fine settimana, da diverso tempo si trama un ambizioso complotto, con il quale diffondere principi e pratiche di un’economia altra. Lo dimostra la partecipata assemblea che lunedì 7 marzo è stata convocata dal Consorzio Città  dell’altra economia [Cae] per difendere questo spazio pubblico e allargare la partecipazionea ad altre esperienze sociali. Sono trentasei le organizzazioni che hanno mostrato l’interesse a collaborare, dopo la grande mobilitazione di novembre, che ha visto l’adesione di più di 15.000 persone a sostegno della petizione promossa dal consorzio Cae per salvare il progetto della Città  dell’altra economia, bloccando l’annunciato bando della giunta che voleva mandare tutti a casa.
«Dobbiamo arrivare nel più breve tempo possibile a formulare un progetto nuovo condiviso e partecipato per rilanciare la Città  dell’altra economia ““ spiegano durante l’assemblea quelli del consorzio, che a dir la verità  non sembrano avere l’appeal dei manager o dei grandi consiglieri di amministrazione di imprese della green economy ““ perché le attuali realtà  che operano nello spazio dell’ex Foro Boario hanno bisogno di definire il loro futuro al più presto. L’amministrazione, dopo il rimpasto, deve ora dare seguito nella forma e nella sostanza al suo impegno a proseguire nel percorso avviato».

L’amministrazione al momento ha assegnato una proroga alle ventisei associazioni e cooperative del consorzio già  insediate [impegnate sui temi dell'agricoltura biologica, del software libero, del commercio equo e solidale, della finanza etica, del risparmio energetico e delle energie rinnovabili, del riuso e del riciclo, del turismo responsabile] per continuare a lavorare ma soltanto fino al 31 marzo. In questi mesi, il consorzio Cae ha proposto numerosi incontri per ripensare il proprio progetto.
Le questioni di fondo sembrano almeno tre: immaginare un diverso rapporto con l’amministrazione, per aumentare l’autonomia politica ed economica del progetto, tutelando questo luogo come spazio pubblico; ripensare le relazioni all’interno, allargando la partecipazione e gestendo i conflitti emersi; fare di questo progetto non un mero coordinamento di organizzazioni ma una vera officina in grado di diffondere idee che, tra rifiuto e creatività , favoriscano la ricomposizione dei legami sociali e, per dirla con Latouche,
l’uscita dalla società  dei consumi.

Per utilizzare i 3.500 metri quadrati al coperto e il piazzale di 5.000 metri quadrati ai piedi del mitico monte dei Cocci a disposizione, l’assemblea ha cominciato a ipotizzare sei grandi aree, alcune già  esistenti: l’area del ristorante e del bar, quella della vendita di prodotti di consumo critico, l’area convegni, l’area uffici, l’area comunicazione e l’area formativa, quella destinata a quanto pare all’ingresso del maggior numero di nuove entrate.
C’è dunque da ragionare dei costi da sostenere, della gestione comune, di come far conoscere questo spazio a cittadini e reti sociali [con particolare attenzione alle scuole], dei servizi di accoglienza, degli eventi da promuovere insieme. E ancora, di come prendere decisioni in modo davvero democratico e partecipato, di come includere in questo progetto la vivacità  delle esperienze di meticciato interculturale che da tempo caratterizzano Roma, di come fare della Cae uno spazio di cultura alternativa e di pensiero critico, di quali formule giuridiche scegliere senza perdere l’anima ribelle di questo spazio, di come mantenere vivo il rapporto con le associazioni di quartiere [da quella dei partigiani, passando per il centro anziani e le scuole locali], con quali media ha senso cooperare, e perfino di come diffondere questo progetto, unico a livello europeo, in altri quartieri della città . Questioni importanti che non sarà  facile approfondire cercando di mettere insieme grandi soggetti in verità  un po’ ingombranti e piccole esperienze di resistenza creativa, dai bilanci assai magri ma in grado di agire in profondità  quanto a trasformazioni sociali.

Intanto, proprio in questi giorni, l’Eurispes nel Rapporto Italia 2010, fa sapere che il consumo stimato di energia rinnovabile e di prodotti dell’agricoltura biologica, del commercio equo e solidale e della finanza etica, è ormai di circa 810 miliardi di euro nel mondo, 122 miliardi in Europa e 10 miliardi in Italia, vale a dire a 1,2 per cento del consumo mondiale complessivo e l’8,2 per cento a livello europeo. Di certo, la Città  è oggi un vero cantiere, forte di questi numeri ma soprattutto di un consenso enorme di singoli cittadini e di organizzazioni sociali: l’assemblea del 7 si è riconvocata tra due settimane, quando cercherà  di approfondire questi problemi, valorizzando il lavoro di gruppo per aree tematiche. Nel frattempo sarà  comunicato ufficialmente all’amministrazione comunale che il progetto della Città  dell’altra economia si ostina a resistere e reinventarsi. Sabato 12 e domenica 13 marzo, ad esempio, sono in programma due giorni di sostegno alla campagna referendaria sull’acqua, mentre il 19 torna, e resterà  aperto tutti i giorni, il tanto atteso bottegone, con i prodotti del riciclo e del commercio equo. Ci vediamo a Testaccio. A ritmo di blues.

Articolo tratto da:

http://www.carta.org/2011/03/il-blues-della-citta-dellaltra-economia/