Alberto Bonomo CD Naturalmente Verona Arcipelago SCEC, Piazza isolo, Ottobre 2011

 

 Si parla in questi ultimi periodi di Decrescita Felice. Sono usciti anche delle pubblicazioni in tal senso. I loro autori sono molto richiesti e quando si organizzano degli incontri le sale si riempiono. Anche a Verona esiste il Circolo del MDF (Movimento Decrescita Felice). Ma questa decrescita è veramente felice? Provo ad arrivarci partendo da alcune riflessioni lette in un documento elaborato su questo tema e da alcune altre letture. La prendo un po’ larga, ma spero di arrivarci nello spazio di un paio di interventi suddividendo l’argomento nell’analisi della situazione attuale e di come ci siamo arrivati e nella prossima puntata nelle risposte che sono già realizzate o che si prospettano in un futuro ormai prossimo. Almeno quelle di cui mi sono convinto e/o che ho meditato in questi anni. Le politiche economiche internazionali di tutti gli Stati moderni si sono sempre basate almeno nel secolo scorso e fino ad ora sul modello di sviluppo Keynesiano. Non spaventatevi, ma è il concetto che tutti noi conosciamo dell’intervento dello Stato nell’economia per spingere la crescita con nuove risorse. La logica peraltro che aveva un senso nel secolo scorso era quella di investire, di costruire, di pensare a nuovi sviluppi, insomma di fare e sostenere l’economia per dare lavoro e quindi più risorse a tutti e anche allo Stato stesso (nel senso di introiti dalle tasse o imposte). Chiaramente lo Stato per fare questo doveva avere a disposizione delle risorse finanziarie che immetteva nel mercato per dare il via ad un processo immaginato virtuoso.

 

 

Questo processo ha anche funzionato fino ad un certo punto e cioè fintantoché lo Stato …. aveva disponibilità di queste risorse finanziarie. Poi però una volta finite non si è fermato come faremmo noi nella nostra economia familiare (economia = gestione della casa) dove il buon senso ci farebbe portare a fermare le nostre elargizioni una volta terminate le risorse disponibili.

 

Invece lo Stato ha deciso di andare in prestito dagli istituti finanziari (nazionali e internazionali) ma anche dai privati (per noi italiani i mitici BTP, BOT, CCT, ecc.).

 

Ora le dinamiche che provo a riassumere semplicisticamente (ognuna necessiterebbe di una pagina di approfondimento) sono state le seguenti:

 

  1. le istituzione finanziarie hanno concesso le linee di credito agli Stati. Tanto non potevano fallire ed era il loro migliore e più grande cliente;

  2. una volta finite le risorse finanziarie disponibili (i nostri risparmi depositati e le riserve proprie) hanno continuato e siccome non c’era nessuno a cui chiederle …. le hanno create stampando altra carta moneta (che ricordiamo fino al 1971 era agganciata alle riserve aurifere, nel senso che ogni unità di moneta –lira o franco o marco o dollaro che fosse – era potenzialmente convertibile in oro);

  3. terminate anche le riserve aurifere (cioè la massa monetaria necessaria iniziava ad essere superiore a tutto l’oro disponibile) hanno ben pensato (appunti nel 1971) di sganciare il vincolo unità di denaro = unità di oro e quindi ecco l’esplosione della massa monetaria ed ecco la finanziarizzazione dell’economia. Il denaro diventa così una merce e non un mezzo di scambio da cui le degenerazione che ci hanno accompagnato fino ad oggi

 

Ora ritorniamo al concetto iniziale: lo Stato per sostenere lo sviluppo immette denari che prende a prestito per far “girare” l’economia, quindi si indebita (magari proprio con noi con le emissioni di BTP) con l’obbiettivo anche di far crescere il PIL e avere maggiori entrate fiscali. La prima osservazione è, ma perché non ti tieni le risorse visto che le metti in circolo con la speranza di riaverle sotto forma di tasse? Tanto più con il tasso di evasione fiscale che ci ritroviamo!

 

C’è quindi una sorta di circolo vizioso. Io Stato faccio crescere il debito pubblico (prendendo le risorse a prestito) nella speranza di avere più entrate fiscali che poi avranno l’obbiettivo di ridurlo!!!!

 

E’ evidente a tutti che questo sistema non può funzionare. E’ destinato solo a spingere un’economia nazionale al tracollo. Sarà un caso che la fine della convertibilità in oro coincide con il periodo in cui i debiti degli Stati (chi prima, chi dopo) iniziano a lievitare esponenzialmente?

 

Anche a livello privato il sistema non è poi diverso. Un’azienda deve continuare a crescere in termini di fatturato perché i suoi portatori di interessi (stakeholders) sono sempre più esigenti e vogliono avere maggiori guadagni (i soci in primis) per recuperare le somme investite all’inizio. Perché il denaro è una merce e non un mezzo di scambio.

 

Anche qui il circolo, che già parte viziato dal fatto che uno si priva di somme di denaro investendole, per esigerle di ritorno il più in fretta possibile sotto forma di dividendi (se te le tenevi eravamo tutti più sereni!), crea un’aspettativa pesante sugli amministratori delle aziende che devono rincorrere il dividendo da distribuire ogni anno sempre più ricco per evitare di essere mandati a casa. Questo funziona se ciò che vendi va sempre bene altrimenti……abbiamo assistito ai bilanci “creativi” e ai fallimenti quando la situazione non era più sostenibile.

 

Il sistema bancario dal suo lato si è anch’esso trasformato. Una volta (e non parlo del Medioevo, ma degli anni del boom dopo la guerra) le banche facevano le erogatrici di credito. Sostenevano le idee imprenditoriali con dei finanziamenti. Pensiamo solo in Italia al sistema delle Casse di Credito Cooperativo locali nate per fare ….. microcredito ai piccoli e medi imprenditori, agricoltori e artigiani.

Invece poi con la liberalizzazione (dal vincolo della conversione in oro) della massa monetaria le banche hanno guadagnato molto bene ….. comprando e vendendo denaro. Il credito si faceva solo a chi ne aveva già o …… ai raccomandati. Era più oneroso e meno redditizio (in termini poi di dividendi) fare credito a chi aveva idee imprenditoriali.

E con l’ultima crisi le stesse banche hanno dovuto farsi salvare dagli Stati (e come? ovviamente chiedendo risorse finanziarie in prestito ai privati o alle istituzioni finanziarie centrali che non avendolo ….. l’hanno stampato – e ci risiamo!!!) per evitare il collasso.

 

Quali sono allora i modelli cui fare riferimento e cui ispirarci per realizzare circuiti virtuosi? E ci sono già degli esempi concreti?

E il commercio equo cosa c’entra? O meglio in quali scenari si troverà a convivere?

 

Come si diceva una volta …. lo saprete nella prossima puntata!!!

 

a cura di Alberto Bonomo

CD Naturalmente Verona – Arcipelago SCEC

 

Segue Contributo di Andrea Tronchin su: Ma questa decrescita è veramente felice?

 

Nella congiuntura delle CRISI ambientale, economica, politica, energetica, sociale, la “decrescita”, intesa come orizzonte verso quale tendere, e che considera sia la riduzione dell’impronta ecologica, sia una revisione personale e sociale volta ad un mutamento collettivo dei songoli (e quindi nell’economia, nella politica, nell’energia e nella società) è, nostro malgrado, OBBLIGATORIA. Nel cammino verso l’orizzonte delle utopie, un passo in avanti lo possiamo fare rendendoci consapevoli della reale situazione, del vivere quotidiano, dell’economia reale, del territorio e della necessità di un mutamento epocale e radicale, che parta dal basso. Quindi dalla decrescita Obbligatoria possiamo /dobbiamo passare ad una decrescita CONSAPEVOLE e solo da qui è possibile fare un altro passo verso la decrescita “SERENAMENTE FELICE”… Ciò sarà possibile solo quando il mutamento epocale della nostra società avverrà, si diffonderanno le tecnologie appropriate per uno sviluppo sostenibile, etico, solidale e il diritto alle SOVRANITA’ (idrica, alimentare, energetica, politica, economica, di mobilità, comunicazione, informazione – formazione – educazione, di gestione del territorio…) sancito dall’Articolo 1 della Costituzione Italiana (… La Sovranità appartiene al popolo…) sarà diffuso su TUTTI i territori, e saranno considerate, attuate e difese, tutte le Sovranità da parte di Istituzioni locali, provinciali, regionali, nazionali, internazionali, mondiali… Solo allora potremo sentirci sereni nel pensare che fra tutte le “crisi” create dall’umanità, resta da affrontare quella collegata agli effetti negativi del “mutamento climatico”; quando ciò avverrà, potremo sentirci felici nel sapere che in questo mondo di abbondanza, non esiste più la fame, la povertà, la guerra… Un’utopia?

Cito Alberto Bonomo: “Quali sono allora i modelli cui fare riferimento e cui ispirarci per realizzare circuiti virtuosi? E ci sono già degli esempi concreti? E il commercio equo cosa c’entra? O meglio in quali scenari si troverà a convivere? Come si diceva una volta …. lo saprete nella prossima puntata!!!”

Un altro mondo è possibile… E già mi sento più sereno… Io ci stò!