I primi pilastri del progetto Agroalimentare
Presso la sezione di Anatomia dell’Università di Medicina si è svolto ieri il primo incontro operativo del Progetto di rilancio del comparto Agroalimentare locale.
Molti i dubbi e le perplessità per un progetto che alcuni vedono come “mastodontico”, c’è anche chi ha affermato che “è fuori dalla realtà ”. In realtà , si tratta di un progetto molto articolato e, visto nel suo insieme, da semplicemente una prospettiva, l’orizzonte verso il quale tendere, rimane sostanzialmente un progetto, tutto da costruire, mattone dopo mattone. Ieri abbiamo gettato una prima base concreta, i primi pilastri.
Introduzione
Le comprensibili perplessità relative all’implementazione di questo progetto sono in parte giustificate dalla difficoltà dei più di avere una visione globale d’insieme, ognuno di noi è “specializzato” in qualcosa e in ciò, impegnato e “preso” dalle peculiarità delle proprie attività . Chi da anni lavora all’idea di questo progetto e ha acquisito la consapevolezza della sua globalità e rivoluzionarietà , non può pretendere che coloro che si approccia per la prima volta, dopo aver letto qualche pagina sintetica, possano avere la stessa consapevolezza. Qunidi, per il momento, quello che si chiede ai vari soggetti presenti ieri nell’aula di anatomia e a coloro che prossimamente si approcceranno al progetto, è di continuare a fare bene quello che fanno (chi produce beni alimentari, chi servizi, chi consuma…) e di iniziare a rapportarsi con le proposte che, passo a passo, verranno lanciate, cercando in questo il modo per adattare il progetto globale alla loro realtà concreta, fino ad arrivare ad essere loro stessi propositori di iniziative e attività all’interno del progetto stesso, sintomo del raggiungimento di una consapevolezza reale e concreta. L’orizzonte al quale tendiamo è la creazione di un “altro sistema” diffuso ed efficace, un altro mondo possibile: l’utopia di oggi che diviene realtà domani… Mica poco!
I primi pilastri del progetto
Il Progetto Agroalimentare, nato a livello nazionale con il nome di “Empori e Botteghe”, a Verona parte da studi e ricerche dell’Università , dalla nostra alimentazione quale fattore fondamentale per la salute degli individui. Inverstire su un’alimentazione sana significa investire sulla salute propria e dei propri figli, significa investire nel futuro riducendo malattie tipiche dell’età senile che oggi si manifestano sempre più precocemente, riducendo nel contempo l’uso e la necessità di farmaci, integratori e cure mediche. Una cassetta di buoni prodotti cucinati bene e assunti con costanza, per il nostro organismo equivale ad una farmacia naturale, sempre attiva, quando serve e dove serve.
Non riportiamo qui l’intervento di Daniele Degl’Innocenti, che sostanzialmente ha ripercorso quanto ci eravamo detti il 12 Novembre a Villa Balladoro nel Comune Virtuoso di Povegliano Veronese. http://www.naturalmenteverona.org/verso-il-rilancio-dellagroalimentare-veronese/ , corredato però di una maggiore quantità di grafici e dati.
Il punto focale dell’intervento di Daniele verte sul fatto che l’alimentazione reperibile nella grande distribuzione, i prodotti del sistema agroindustriale, è stracarica di “sostanze negative” per il nostro organismo ed è praticamente esente di “sostanze positive”; tutto il contrario dei prodotti a filiera corta dell’agricoltura contadina, freschi, stagionali (esempio di confronto fra una lattuga dell’orto e quella di quarta gamma reperibile nei supermercati ““ lavata, tagliata, addizionata di sostanze perché non imbrunisca e resti lucida, insacchettata e messa nello scaffale delle “verdure fresche”). Tali affermazioni sono e saranno supportate da documentazioni e ricerche scientifiche già in possesso degli Istituti Universitari e ciò rappresenta un primo e fondamentale pilastro scientifico sul quale questo progetto si vuole basare.
Ma l’università ha molto di più da proporre, in funzione del progetto è stata data la disponibilità d’uso degli strumenti e macchinari scientifici, quali ad esempio la risonanza magnetica per la creazione di un database (“carte d’identità ”) dei prodotti alimentari, materie prime o trasformati, che verranno offerti ai consumatori. Questo significa, in poche parole, che non solo avremo la possibilità di analizzare i contenuti degli alimenti ma anche di verificare la provenienza dei prodotti fino a definire chi è il produttore e se quel prodotto deriva dal suo frutteto posto sul monte o quello posto in pianura. Il costo per tale “certificazione” è praticamente nullo e la stima è che ci vorranno un paio di anni per “mappare” tutti i prodotti del “paniere” che il progetto andrà a proporre ai consumatori. Nel caso si riuscisse ad accedere a dei finanziamenti, i tempi di costruzione di tale pilastro possono essere anche dimezzati.
C’è chi ha obiettato che di sistemi certificativi ce ne sono già molti, è il caso dei prodotti biologici, non si capisce perché si dovrebbe attivare un altro sistema certificativo. La risposta è che quello che si vuole creare non è un’ulteriore sistema certificativo ma un “marchio” che abbia credibilità . In effetti il progetto prevede anche altri sturmenti da associare a ciò che l’Università propone, come in futuro l’uso dei codici a barre da parte dei produttori che aderiranno al progetto, la selezione operata dai volontari all’atto dell’iscrizione dei produttori al circuito dei Buoni locali SCEC o le verifiche dirette dei consumatori dei GAS (come già avviene). A ciò possiamo aggiungere le selezioni di prodotti e produttori già operate da Slow Food e le proposte del Movimento per la Decrescita Felice ““ MDF per i “Locali della Decrescita” e, ipotizziamo, le selezioni di realtà virtuose collegate al turismo responsabile (Planet Viaggi ““ Rotte Locali) o quelle indicabili dalle Associazioni e Movimenti dei consumatori. Quindi, integrando tutto ciò, e ciò che di nuovo potrà essere proposto, si vuole giungere a creare un marchio, garanzia di qualità e salubrità degli alimenti, ma anche di sostenibilità ambientale e solidarietà socio-economica. Tutt’altro che un semplice ed ulteriore sistema certificativo.
Un’altra obiezzione che è stata sollevata, riguarda la presunta impossibilità di portare i prezzi dei prodotti del “paniere” a livelli competitivi. L’obiettivo di fondo è che i prodotti di qualità devono poter arrivare sulla tavola di tutti e non solo dei più abbienti. La realtà dei fatti è che, se da un lato i prodotti biologici costano realmente un pò di più dei convenzionali, e quelli di montagna/collina di più di quelli prodotti in pianura, sono i prezzi dei prodotti della grande distribuzione che sono troppo bassi, irrealmente sotto, sotto costo a scapito dei produttori. Le nuove tecnologie messe a disposizione della scienza possono contribuire ad abbassare molti costi, se non addirittura ad abbatterli, ad esempio, è il caso della proposta di introduzione sistematica nelle aziende di sistemi per la produzione di energia rinnovabile, sfruttando ad esempio il sistema dei “gruppi di acquisto solare”, con il quale è possibile fare investimenti collettivi, oppure sfruttando il riutilizzo delle biomasse, oggi un costo reale per le aziende, obbligate al loro smaltimento (vietato per legge accendere il classico fuoco in campagna).
Ma ancora di più, è possibile abbattere i prezzi dei prodotti del paniere di un 10-20% grazie all’introduzione e uso dei Buoni Locali di Solidarietà SCEC. Tali buoni sono praticamente gratuiti per i consumatori, e ciò aumenta realmente il loro potere di acquisto, mentre i produttori di beni e servizi che li ricevono sono in grado di recuperare tale valore “monetario” spendendoli a loro volta nel circuito locale che già esiste e, anche se lentamente, si sta ampliando. Con la buona volontà di tutti, credendoci ed impegnandosi, è possibile diffondere ulteriormente il circuito degli SCEC con l’obiettivo di consolidare realmente un 20% medio di acettazione, ampliando il bacino di spendibilità e consentendo realmente l’abbassamento dei prezzi dei prodotti del paniere, senza far perdere ricchezza ai produttori di materie prime, anzi, contribuendo a creare un “sistema fidelizzato”. In futuro, un pilastro del progetto prevede che a seguito della trasformazione e vendita delle materie prime del paniere negli empori, nelle botteghe (con il marchio) una parte del ricavato torni periodicamente ai produttori, anche come effetto di ritorno concreto operato con l’accorciamento delle fileire. Ciò determinerà concretamente un aumento del loro reddito, recuperando una parte di quel valore che oggi viene trattenuto all’interno delle filiere da molteplici soggetti a scapito di produttori primari e consumatori finali.
Un’altro pilastro del progetto deve necessariamente essere la comunicazione, l’informazione e la formazione. Non si tratta solo di far conoscere l’esistenza di questa iniziativa ma di arrivare a contattare i semplici consumatori, entrare nelle scuole ed iniziare una vera e propria campagna sull’educazione alimentare. A tale proposito non si parte da zero, azioni e iniziative di Slow Food, aderente al progetto, in tal senso sono già in atto; ulteriori prospettive si aprono attraverso le possibili interazioni con istituti alberghieri e simili (es. Istituto Alberghiero degli Stimmatini). L’educazione alimentare non si vorrebbe limitarla alla definizione della qualità degli alimenti, alle giuste diete alimentari che gli esperti consigliano di seguire e alle diete sbagliate da abbandonare, ma ampliare il conectto di educazione alimentare anche su “come cucinare i cibi”. àˆ un dato di fatto che nell’odierna società il tempo che si dedica in cucina è sempre meno, tutto ciò va a scapito della salute, molti cibi, pur di qualità , sono “cucinati male” tanto da farne spesso perdere le proprietà positive. In più, molti prodotti di qualità , locali e stagionali, le moderne casalinghe non sanno proprio come cucinarli, ecco che, in tal senso, è possibile attivare azioni informative ed educative, magari recuprando ricette semplici e tradizionali da ritrasmettere a coloro che decideranno di dedicare un pò più di tempo alla propria alimentazione e a quella dei propri figli.
Operativamente
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Si è deciso di partire con la raccolta di dati sui prodotti disponibili localmente, e la “schedatura dei prodotti”; la Cooperativa Agricola biologica Cà Magre (Antonio Tesini – 30 ettari nel Comune di Isola della Scala) ha già dato la sua disponibilità , altre aziende e coop. agricole si sono dette interessate al progetto e, in buona fede, riteniamo che prossimamente aderiranno all’iniziativa. Parallelamente si effettuerà anche una promozione ed una raccolta di dati relativi alla Domanda Potenziale.
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Si è deciso che si partirà con un “piccolo prototipo“, concretamente, un paniere (cassetta) di prodotti a distribuzione periodica, conseguente al punto 1 (6-8 mesi). La proposta sarà innanzitutto formulata ai GAS di Verona e all’InterGAS, per estendersi poi al Distretto di Economia Solidale e ai cittadini, consumatori “normali”, attraverso le Associazioni e Movimenti dei consumatori. Assoceremo a ciò una “campagna promozionale” (gratuita) attraverso la Rete e i canali mediatici locali (Francesco Badalini – Kilomarazero), le manifestazioni principali della Società Civile (es. Naturalmente Verona e Territori di Solidarietà ) e i mercatini locali (es. Piazza Isolo nel Comune di Verona, Villa Albertini nel Comune di Negrar ed altri…).
Caratteristiche della proposta: corredare il paniere di una sintesi cartacea delle proprietà e della storia (tracciabilità ) di quei prodotti (Università ““ Cà Magre); periodicamente e contestualmente alle stagionalità , suggerimenti su come cucinare quelle materie e su alcuni possibili ricette (Fulvio Desante Istituto Stimmatini e Slow Food). La logistica di distribuzione dei panieri potrà essere operata inizialmente con diversi strumenti (a voce, telefono, mail…). Gradualmente si provvederà all’introduzione e diffusione di piattaforme informatiche (programmi come DigiGAS, GestiGAS, GASweb, PS1 ed altri ancora) per la lettura dei codici a barre e la gestione degli ordini (Andrea Tronchin ““ Naturalmente Verona SCEC).
Contestualmente all’avanzare del progetto, si cercherà di sviluppare anche canali di viabilità per i panieri, attraverso i luoghi ristorativi pubbilci (mense di ospedali, comuni, scuole, alberghi ecc.). A partire da ciò che c’è già , saranno per prime coinvolte le realtà collegate ai circuiti sottesi da Slow Food, Naturalmente Verona ““ ArcipelagoSCEC, e del Turismo Responsabile di Planet Viaggi .
Già da subito, Luca Salvi (Banca Etica), Daniele Degl’Innocenti (Università ), Francesco Badalini (MDF) e Andrea Tronchi (Naturalmente Verona SCEC) si sono impegnati a ricercare i possibili canali di finanziamento e di presentare eventuali richieste a livello di Unione Europea.
Quando vi saranno le condizioni necessarie, apriremo una seconda fase del progetto colegata alla trasformazione delle materie prime e il coinvolgimento più spinto dei Comuni.
A questo punto il progetto parte concretamente con le realtà e le persone che si sono assunte già delle responsabilità , nell’interesse proprio e del Bene Comune; la possibilità di iniziare ad interagire in questo progetto, che non ha “un cappello”, ma condivide alla pari le linee di un orizzonte comune, è sempre aperta a tutti, persone fisiche o giuridiche che siano.
Si è deciso di indire un prossimo Tavolo di Concertazione unitario per Gennaio ““ Febbraio in luogo e data da definirsi attraverso comunicazioni e-mail e passaparola, in quell’occasione faremo il punto della situazione su gli sviluppi del progetto e il suo proseguimento.
| Stampa l'articolo | Questo articolo è stato pubblicato da andrea tronchin il dicembre 16, 2010 alle 3:11 pm, ed è archiviato come Blog, Buoni locali solidali, Commercio equo e solidale, Consumatori, Difesa attiva del territorio, Economia solidale e decrescita, Il buon mercato, Produttori di beni e servizi, Sovranità alimentare e idrica. Puoi seguire i commenti a questo post attraverso RSS 2.0. Puoi pubblicare un commento o segnalare un trackback dal tuo sito. |


