Dal denaro al donare 7: verso un altro mondo possibile
Nella pubblicazione precedente “dal de-na-ro al do-na re” abbiamo indagato gli aspetti funzionali e simbolici dello SCEC, e le basi che sostengono l’ideologie e l’agire di Arcipealgo SCEC, nell’ultimo capitolo di questa serie, veniamo finalmente alla traduzione nella realtà economica e sociale dei principi che abbiamo attribuito ad ArcipelagoSCEC, nel concreto di Verona, la Rete di Economia Solidale Veronese “Naturalmente Verona ““ ArcipelagoSCE” (da ora sintetizzata in “NaVe-ArSCEC”) e le sue progettualità . Nel panorama nazionale, come abbiamo visto, sono già stati avviati diversi circuiti di buoni locali SCEC, alcuni di proporzioni interessanti altri che stanno muovendo i loro primi scambi. L’obbiettivo che ci prefiggiamo con questo ultimo paragrafo può essere raggiunto andando a vedere dove l’impronta di “NaVe-ArSCEC” determina, non solo un aumento del reddito dei partecipanti al processo economico, ma una diversità strutturale nell’organizzazione dello stesso. L’unione della Rete di Economia Solidale Naturalmente Verona, storica realtà della Società Civile Veronese, con i propri mercati locali, il Festival annuale di Piazza Isolo e l’Isola Veronese di Arcipelago SCEC, con l’introduzione dello Strumento di Economia Solidale SCEC, hanno creato una sinergia veramente potente che sostanzialmente si è tradotta in vari progetti territoriali. Per il valore paradigmatico e per il fatto di essere concretamente già in via di realizzazione, crediamo utile partire dalla presentazione e analisi del progetto nazionale di ArcipelagoSCEC “Emporio territoriale e botteghe locali”, che a Verona prende il nome di “Progetto Agroalimentare“, per poi calarci nella concretezza della realtà locale veronese.
Dalla sezione “La progettualità in Arcipelago” del sito nazionale prendiamo alcune considerazioni realtivamente all’artigianato, l’industria e il settore agroalimentare, tali considerazioni riguadano tutta l’Italia inclusa Verona.
L’artigianato
Il processo di smantellamento dell’economia reale nel nostro Paese inizia con la marginalizzazione prima, la distruzione poi, dell’artigianato primario. Burocratizzazione ossessiva e sistemica, morte del vero apprendistato “di bottega”: all’inizio degli anni ’70, l’Italia era uno dei leader mondiali nel numero dei brevetti, oggi siamo oltre il 40° posto. Ogni processo seriale, qualunque sviluppo tecnologico che possa diventare prodotto e che possa, quindi, essere industrializzato, passa da mani di uomini, di artigiani che quella materia e quel prodotto conoscono, manipolano, creano: la nascita del prototipo. Uccidi il prototipo, distruggi la filiera. Dobbiamo ricostruire le filiere sulla base di prototipi innovativi.
L’industria
Il processo della globalizzazione neoliberista ha distrutto l’imprenditoria pura: la capacità di trasformare un prototipo in prodotto per tutti, al vivere l’azienda come soggetto primario in cui l’obiettivo era il fare e non il denaro, che era da sempre visto ed utilizzato per meglio produrre. L’imprenditoria italiana è stata un modello imitato in tutto il mondo, oggi non è più così. Gli anni ’80, che iniziano con la deregulation reganiana (1981), cioè l’atto ufficiale della separazione della finanza speculativa dall’economia concreta, vedono nel nostro Paese l’inizio della fine dell’imprenditoria: assorbimenti, accorpamenti, finanziarizzazione, accettazione passiva delle tecniche ed obiettivi del marketing anglo-sassone (il cui slogan primario era “l’azienda di prodotto vende ciò che produce, l’azienda di marketing produce ciò che si vende”): in tempi relativamente brevi i rapporti di investimento si sono rovesciati: da un 70% reinvestito nel fare ed un 30% nel marketing, si giunge ad un 30% nel fare e un 70% nel marketing. Manager, più o meno rampanti, prendono il posto degli imprenditori, manager esperti di finanza, non del fare, non di uomini e prodotti, ma di numeri e modelli matematici. Gli investimenti si spostano ulteriormente: dal marketing passano alla finanza pura, alla borsa; i debiti divengono il soggetto primario delle attenzioni aziendali: inizialmente si deve costantemente aumentare il fatturato per non farsi raggiungere dal debito; oggi lo si deve fare per non farsi distaccare troppo da un indebitamento che ha preso il largo, irraggiungibile da qualunque produzione e commercializzazione. La sovrapproduzione diviene norma, l’incitamento al consumo indiscriminato è un obbligo. L’industria è oggi al capolinea, inevitabilmente.
L’agro-alimentare
Restava il comparto agro-alimentare, gioiello di un Paese capace di creare tipicità come nessun altro Paese al mondo (noi abbiamo 100 formaggi tipici in più della Francia!), di trasformare produzioni umili in gioielli gastronomici, di raggiungere livelli qualitativi eccelsi in una quantità esorbitante di territori. Qui il killer prende il nome di GDO, Grande Distribuzione Organizzata, con tutto il suo apparato comunicativo in grado di suggestionare e determinare scelte, di orientare una popolazione, invero disorientata e disinformata. Alla distribuzione si utilizzano gli stessi argomenti dell’industriale: “è indispensabile ingrandirsi per concorrere”; slogan dei mediocri, di chi non avendo qualità può solo sopravvivere con quantità e prezzi bassi, fino ad arrivare al disprezzo del lavoro umano reclamizzando prodotti venduti “sotto, sotto costo”. L’indirizzo dei fondi europei fa il resto: determina la vita e la morte di interi comparti, sconvolge tradizioni locali al punto di modificare paesaggi pur di ottenere finanziamenti. Muoiono centinaia di prodotti, di settori, di filiere, muore il mercato locale in nome della globalizzazione dei mercati, muore il buon senso: un semplice sciopero degli autotrasportatori genera il vuoto negli scaffali di prodotti in realtà accessibili a pochi chilometri di distanza, ma non rientranti nel flusso di merci della GDO. Dipendenza assoluta da territori ““ ma soprattutto da marchi praticamente monopolisti ““ lontanissimi, per produzioni da sempre esistenti sui nostri territori. Prezzi e divisione degli utili, che sfuggono totalmente alle capacità di produttori e piccoli commercianti, che giungono a determinare la graduale ma costante chiusura delle loro attività .
Dall’osservazione, dallo studio e analisi di quanto abbiamo qui sintetizzato nasce l’approccio progettuale di ArcipelagoSCEC al progetto “Emporio territoriale e botteghe locali”. Nasce dall’apporto di Sostenitori, attivi nell’Associazione, che hanno messo a disposizione le loro conoscenze ed esperienze professionali in vari ambiti e settori. Da qui le proposte concrete rivolte alle Amministrazioni Locali, agli artigiani, imprenditori, produttori, commercianti. Proposte che continuamente, con il crescere dell’Associazione e l’apporto di professionalità nuove, si arricchiscono. Arricchimenti che ci consentono, oggi, di sottoporre progetti concreti come a Verona: il “progetto Agroalimentare e il Paniere della Salute” promossi da NaVe-ArSCEC.
Dalla sezione “Gli Empori Territoriali e le Botteghe Locali” del sito nazionale: ArcipelagoSCEC nasce dal credere prima, verificare poi e avere la certezza oggi che non esista possibilità di riappropriarsi dei processi che governano l’economia e attraverso questa la vita sociale, se non andando con decisione oltre i paradigmi che la governano attualmente. Non è semplicemente il rifiutarsi di “voler combattere la realtà esistente”: è il credere, fermamente, che la complessiva realtà esistente possa cambiare: un altro mondo, un altro sistema socio-economico sono possibili.
Non è quindi questione di “difendersi”; di crearsi “spazi autonomi”; di “umanizzare” parti del sistema attuale: è questione di porsi su di un nuovo piano, un nuovo spazio, in definitiva un nuovo paradigma, capace di mettere in discussione ““ a partire da noi stessi ““ il concetto stesso di convivenza tra le persone, economicamente, socialmente, politicamente. Questo processo di osservazione e studio porta a verificare che ricreare ex novo modelli di economia territoriale non è una scelta fra le tante: è scelta obbligata. Porta a verificare che per ottenere un benessere economico, finalmente diffuso e stabile, è necessario riappropriarsi di ampie quote di produzione e consumo locale a partire dall’agro-alimentare. Porta a verificare che per vedersi restituire il senso di socialità comunitaria si deve ripartire lì da dove questo senso è stato distrutto: dalla strada, dal quartiere, borgo, paese. Porta a verificare che proprio dalla convergenza di interessi tra l’esigenza economica e l’esigenza sociale deve partire il progetto di restituzione delle sovranità perdute.
Consumo Locale e scambio delle eccedenze è l’assunto di partenza e rappresenta il diritto di ogni popolazione, Comunità e famiglia di poter disporre di prodotti freschi, genuini, qualitativamente elevati; diritto non privilegio, non può essere che il cibo di qualità sia un diritto dei più abbienti mentre il “cibo spazzatura” il diritto dei meno abbienti.
Le analisi sui marchi presenti negli scaffali di qualunque Supermercato evidenziano presenze di prodotti locali (provinciali se non regionali) non superiori al 5%. Il 95% di quanto ogni famiglia, di un qualunque territorio, consegna mensilmente al proprio Supermercato non viene reinvestito sul e per quel territorio perché destinato a ripagare prodotti non locali. Prima ancora di andare a valutare la qualità dei prodotti, quindi, il semplice giudizio economico porta a comprendere il decadimento produttivo, commerciale ma anche culturale dei territori stessi nel sistema della GDO.
Da queste sintetiche osservazioni risulta evidente che per restituire vitalità , concretezza economica ed anche orgoglio alle economie locali, non siano sufficienti “azioni di difesa”. àˆ invece indispensabile un’azione complessiva capace di determinare scelte, in termini di mercato e di consapevolezza, altrettanto complessive.
Nel Progetto Agroalimentare di NaVe-ArSCEC, le tre gambe del processo economico sostanziale, in seno ad ogni territorio sono: produzione, commercio, consumo; il progetto Agroaslimentare si pone come uno dei principali obiettivi quello di superare quelle false divisioni in “categorie” su cui la globalizzazione sta vivendo e prosperando, il presupposto per arrivare a questo è la fiducia, il cui fondamento è la totale trasparenza.
1 ““ Produzione: Il prezzo delle merci alimentari viene deciso altrove e da altri (Borse e mercati finanziari), ove le logiche seguite nulla hanno a che fare con le necessità delle persone e dei produttori ma semplicemnete al guadagno tramite la speculazione. Possiamo noi influire sulle borse mondiali, sul WTO, sul Fondo Monetario Internazionale? Sebbene sia possibile, nel lungo eriodo attraverso l’attività congiuta delle Reti Internazionali per la Sovranità alimentare e l’Economia Sociale e Solidale, la risposta di ogni singolo è “no”. Allora sarà bene occuparsi di ciò su cui, come singoli e gruppi locali, sia possibile ““ quindi doveroso ““ intervenire. Utilizziamo un unico, emblematico, esempio. Il grano tenero è stato pagato ai produttori, nel 2009, tra i 13 ed i 14 euro al quintale (13, 14 centesimi al chilo). Il prezzo medio del pane è ““ dati di gennaio 2010 ““ 2,63 euro/kg (dai 1,67 euro/kg dell’Umbria ai 3,87 del Veneto). Ergo: il costo del grano incide per il 5%. Arare, sarchiare, seminare, coltivare, curare, trebbiare … vivere, vale il 5%: riconosciamo al produttore il 5% di quanto noi mangiamo. L’individualismo e l’incapacità di cogliere le relazioni tra il proprio benessere e quello degli altri è tanto necessario e ormai radicato che il consumatore riempie il suo carrello rallegrandosi del calo del prezzo del latte e della pasta senza sapere che tale perdita di valore è la causa della qualità infima dei prodotti con cui si nutre, della morte di una fondamentale realtà economica e delle conoscenze di cui è portatrice. Qualunque progetto che voglia sanare e rendere armonici i rapporti tra le persone, economicamente e socialmente, deve partire da qui. Restituire dignità al lavoro significa riconoscere una quota-parte del costo finale del pane, come di qualunque alimento, ad un produttore che si vedrà così spinto e sollecitato a migliorare e mantenere alta la qualità .
2 ““ Commercio: Scegliere, selezionare, sollecitare i produttori; indirizzare, consigliare, raccontare ai clienti, informarli correttamente. Questo era il commerciante un tempo: il migliore. Oggi è un’eccezione. Schiacciato tra grossisti sempre più “grossi” e monopolisti, e tra consumatori sempre meno informati e suggestionati pubblicitariamente, il commerciante si è ridotto a mero distributore di confezioni, spesso provenienti dagli stessi canali della GDO. Serve quindi tornerà ad essere vetrina dei migliori prodotti locali; il commerciante come selezionatore di quanto non presente nel proprio territorio ma anche consigliere, confidente, presidio vivente del trerritorio, garante presso produttori e clienti, con la “propria faccia”.
3 ““ Consumo: Convenienza personale (se pago meno è conveniente), priorità altre, condizionamento mediatico, scarsità di tempo. Compro verdure al supermercato o all’hard discount: spendo assai meno rispetto al fruttivendolo tradizionale e ancor meno che se comprassi biologico e fresco. àˆ così? Sì, a patto però di far finta che la miriade di integratori alimentari, minerali, vitaminici, di antistaminici e cortisonici che prima non compravo, non avendone bisogno, non vadano conteggiati, come invece dovrebbero, nella spesa alimentare, in una alimentazione “spazzatura” che sempre di più ci viene “imposta”. Mangiando cibi freschi (quindi locali), coltivati in modo pulito, tornerei a non avere bisogno di alcuna integrazione, ridurrei l’incidenza delle malattie croniche degenerative (in una sana alimentazione c’è un’intera farmacia) ma, ancor di più, alimenterei un benessere diffuso comprando prodotti i cui proventi vengono reinvestiti nello stesso territorio. Infine riacquisterei un sano orgoglio di appartenenza ad una comunità che offre il meglio di sé anche attraverso produzioni di qualità che manifestano cura dei propri luoghi e amore dei propri spazi.
Dobbiamo riconquistare, con la necessaria gradualità che è pari alla riconquista di consapevolezza, i processi di mercato, i suoi flussi, le sue scelte.
Il progetto nel concreto
La frammentazione sociale ci ha condotto ad una sfiducia totale dell’uno verso l’altro a partire proprio dal comprare e vendere; dal non collaborare tra produttori e commercianti. Questo, è bene ricordarlo, è lo stato attuale dei fatti. Riacquisire fiducia è un obiettivo primario. Ora vediamo i mezzi, coerenti, proposti da ArcipelagoSCEC e assunti da Naturalmente Verona.
Lo SCEC: Buono Locale di Solidarietà
La Solidarietà attiva nell’economia nasce dalla consapevolezza e necessità della “circolarità economica virtuosa”: benessere territoriale come bene-essere individuale e viceversa. Lo SCEC, intervenendo sui prezzi, li abbassa tra il 5 ed il 30%, in modo continuativo e circolare: diviene la prima “leva di Archimede” del rilancio delle economie locali. Ma lo SCEC è uno strumento, emblema coerente di un complessivo progetto al cui centro c’è l’uomo, che in questo caso compra e vende. Lo SCEC permette ai produttori di praticare prezzi paritari alla GDO senza determinare riduzione di reddito che per altro, nelle filiere corte e negli accordi diretti con i consumatori, risultano comunque più elevati di quanto ricavabile dall’intermediazione della GDO. Lo SCEC, oltre a restituire al territorio dignità e prosperità , permette ai consumatori di aumentare il proprio potere d’acquisto e di acquistare prodotti di alta qualità a prezzi da supermercato con l’unica vera certificazione: la trasparenza e la conoscenza di tutti i soggetti della filiera. Quindi il progetto garantirà la qualità potendo offrirla a prezzi assolutamente alla portata di qualunque famiglia. In più, lo SCEC non contribuisce a formare la base imponibile perché è identificato dal fisco come uno sconto incondizionato (Abbuono) e come tale non può essere ritenuto una perdita per il fisco, la circolarità dello SCEC poi è stata esaminata approfonditamente dall’Agenzia dell’Entrate e da questa approvata con risposta ad un apposito interpello di Arcipelago. Comlessivamente, a livello nazionale, si può affermare che più SCEC vengono utilizzati, più si abbassa il debito pubblico (minor uso e richiesta di euro). Il Prodotto Interno Lordo (PIL) resta invariato (parità di valore 1 SCEC = 1 euro) ma nel contempo si aumenta la qualità della vita. A questo punto la questione da prendere in esame dovrebbe essere evidente. Se il progetto Agroalimentare deve rappresentare la realizzazione di un nuovo paradigma (e qui non solo economico) la competizione con il mercato non può avvenire sul terreno del mercato; la diversità e la contrapposizione qui non è solo tra soggetti diversi ma deve essere tra modi di essere e fare diversi. In termini economici: non è questione di vincere la battaglia dei prezzi ma di far prevalere una nuova concezione della formazione dei prezzi a (partire dal prezzo sorgente) e quindi una nuova concezione del valore. Alla base del suo equilibrio non vi può essere il calcolo razionale degli interessi individuali, poiché porterebbe alla distruzione dell’alleanza creata dal porgetto stesso, ma anzi la scelta di quanto e cosa donare per tutelare ciò che ha realmente valore per tutti: le persone che rendono possibili i legami sociali e attraverso questi la vita sociale nel complesso. Questa caratteristica appare con maggiore forza proprio quando la stabilità di un’equivalenza commerciale viene meno: essa non si risolve con il guadagno di una delle due parti sull’altra alla fine della contrattazione, ma al contrario con l’impegno a preservare l’equilibrio, anche se questo comporta per una delle due parti una temporanea rinuncia o una concessione (l’acettazione degli SCEC); si tratta di affidare la stabilità di un rapporto sociale alla “scommessa del dono” (dal Denaro al Donare).
La determinazione del valore di un bene secondo il principio della reciprocità è dunque una conseguenza del valore e del rispetto che si riconosce alla persona o alla collettività con cui si scambia. Nel progetto quindi, la vera sfida non è, come detto, conquistare le attuali categorie battendo la concorrenza sui prezzi delle altre organizzazioni, ma fare da mediatore affinché siano le stesse categorie a riconoscere l’interdipendenza del loro benessere e la necessità di ricostruire un’equivalenza che metta tutti “nello stesso rapporto rispetto al centro comune”; che tenga quindi sempre conto del valore sociale che un bene possiede per una singola persona come per una collettività estesa.
Da questo capiamo che il giusto rapporto in un economia democratica sia la risultante di un equo confronto tra le sue parti, e che pertanto esso non può essere dato, né ovviamente imposto: esso è il frutto di una discussione e di una scelta sociale condivisa. Si arriva dunque alla conclusione che la democrazia, quando si esprime in ambito economico, è la forma politica che permette alla società di correggere, passo dopo passo, le sfasature fra il costo di una risorsa e il suo valore umano e sociale. La solidarietà attiva non è altro che il comportamento necessario e naturale di una comunità che abbia fatto proprio il principio della circolarità , per cui la ricerca dell’accumulazione e del profitto individuale siano diventate sinonimo di scompenso all’interno di un processo che, se fluido e democratico, garantisce a tutti indistintamente la soddisfazione delle loro esigenze materiali e uguali possibilità di esprimere sé stessi.
Quondi, il progetto nel suo complesso e nell’insieme delle raltà che vi partecipano è un “sistema neutro”, un “sistema Regolatrore” prima ancora che “sistema commerciale. Si tratta di un sistema prima di tutto coordinato e controllato da associazioni di cittadini, senza fini di lucro, garanti dell’equilibrio tra le parti in causa per il Bene Comune, l’interesse collettivo. Questo permetterà , ad un tempo, di assicurare l’assoluta indipendenza di ogni produttore e, dall’altro, la massima collaborazione finalizzata ad un comune interesse: l’assorbimento dei prodotti locali di qualità dal mercato locale.
Elementi funzioni al progetto sono
a) interlocuzione diretta con i produttori locali
b) l’organizzatore della logistica (includendo i trasporti)
c) distributore presso negozi di prossimità , ristorazione, mense ospedaliere, aziendali, scolastiche, universitarie, locali della decrescita e a chikometro 0, mercati locali
d) sistema di distribuzione per i GAS e per semplici Gruppi di Acquisto di cittadini
e) vetrina per le poduzioni locali (tramite manifestazioni, festival, incontri ad hoc con la popolazione).
f) attuazzione di un sistema di certificazione partecipata
Anche se il progetto Agroalimentare parte senza l’apporto delle Istituzioni Locali, queste nel processo di ri-appropriazione delle culture e colture locali possono risultare essenziali, a partire dalle Amministrazioni Comunali. Sarebbero essenziali anche per il loro ruolo di indirizzo e coordinamento territoriale. Ruolo che sarebbe naturale ma oggi è troppo spesso svilito dalla eccessiva dipendenza da “terzi”: burocrazia astrusa e soffocante, risorse sempre più risicate; ma anche viluppi politici espressione dell’attuale paradigma, della divisione in categorie, appartenenze, “parti” in senso lato che disperdono energie e risorse. Attraverso un progetto come questo, il Comune, ad esempio, può riassume quel ruolo naturale di sintesi ed armonizzatore tra le parti a cominciare dal mettere a disposizione gli spazi per la realizzazione di attività che vedrebbe nel concreto la collaborazione tra i cittadini produttori, commercianti, consumatori. Ma anche realtà come l’Università e le ASL; le scuole assumono un’importanza vitale nello sviluppo di una coscienza sociale partecipata. A dimostrazione di ciò, il ruolo attuale dell’implementazione del progetto Agroalimentare da parte dell’Università di Verona risulta basilare per quanto concerne il sistema di controllo della qualità dei prodotti attraverso un sostegno scientifico interdisciplinare mai applicato sistematicamente alla filiera agro-alimentare, basato su strumenti e processi ad altissimo contenuto tecnologico e d’innovazione (campionamento materie prime e controllo di conformità alle specifiche mediante tecniche di risonanza magnetica – NMR o imaging di risonanza magnetica -, controllo diretto – spettrometria di massa, HPLC – o indiretto – individuazione marcatori in spettri o immagini di risonanza – degli inquinanti; sopralluoghi nelle varie parti del processo.
Anche la logistica di distribuzione del progetto può contare sull’utilizzo di strumenti e processi ad altissimo contenuto tecnologico e d’innovazione, a partire dai softwer per la gestione degli ordini (DigiGAS, GestiGAS e DittaWeb) ai sistemi di gestione razionalizzata della logistica degli spostamenti (es. Sistema PS1 messo gratuitamente a disposizione di tecnici di ArcipealgoSCEC nazionale) ove l’itinerario del camion può essere “guidato” in tempo reale da un sistema informatico realizzato per la migliore razionalizzazione del trasporto locale.
Una conclusione per molti inizi
Siamo partiti con le nostre analisi considerando gli sconvolgimenti economici e sociali causati dall’attribuire un valore reale, e quindi considerarne legittimo il costo, al mezzo monetario. La descrizione del funzionamento dello SCEC ci è servita a capire non solo dove sia il beneficio immediato che apporta al reddito di ogni persona, ma a quale riflessione può portare l’uso quotidiano di un buono sconto che non vale niente, ma che funziona come e meglio della moneta che si paga a caro prezzo. La diffusione gratuita degli SCEC, oltre ad essere una forma di redistribuzione di reddito gestita collettivamente, è anche e soprattutto un modo per stimolare una riflessione in chi lo usa. Cosa dà valore al denaro? Cosa potrebbe generare una moltitudine di cittadini che secondo principi condivisi cominciasse a ricostruire dei circuiti economici con l’ausilio di un buono sconto gratuito?
La diffusione degli SCEC offre in poche parole l’opportunità di rigenerare il processo economico reale, sostanziale, supplendo alla cronica scarsità monetaria che lo affligge. Ma il loro utilizzo è allo stesso tempo uno stimolo a prendere atto dell’illusorio valore del denaro e dei danni assai concreti che derivano alla società che glie ne conferisca. Questo è il passaggio da un’economia centrata sul valore-denaro a un’economia che riassuma come priorità le risorse reali, per cui il denaro dovrebbe essere solo mezzo di misura e di scambio.
L’alternativa proposta da NaVe-ArSCEC si fonda sulla convinzione che la divisione in categorie sia illusoria quanto controproducente; il progetto Agroalimentare mira infatti a diventare l’espressione di tutti gli interessi di un territorio e la prova che loro collaborazione su basi egualitarie sia possibile e conveniente per tutti.
Se il percorso indicato da NaVe-ArSCEC comincia togliendo al denaro il suo valore illusorio per conferirlo ai beni reali che aiuta a far circolare, è solo oltrepassando un sistema fondato sul valore dei beni materiali che si potrà rimettere al centro l’essere umano. Che cosa significa infatti cambiare paradigma se non ridare alla società la possibilità di modellare la propria organizzazione economica a seconda delle sue priorità e dei principi che la animano?
Come abbiamo detto tale passaggio lungi dal dare una qualsiasi soluzione è anzi l’inizio di un percorso dagli esiti indefiniti. Se infatti si sta dicendo che le esigenze dell’economia devono rispecchiare quelle della società a cui è finalizzata, la riflessione deve necessariamente spostarsi dal piano economico a quello etico e politico.
Per tale motivo, da sempre, NaVe-ArSCEC si muove su differenti ambiti e progettualità delle quali il progetto Agroalimentare è stato preso come esempio paradigmatico, qui ci limiteremo ad enunciare gli altri progetti in corso e in cantiere.
I mercati locali che NaVe-ArSCEC sostiene, in Piazza Isolo a Verona il Givedì mattina e il sabato mattina ad Arbizzano di Negrar sono solo due proptotipi che desideriamo espandere presso tutte le comunità che lo desiderano, i produttori non mancano, manca la popolazione che lo richiede e, con essa, l’intervento delle Istituzioni Locali interessate. Essi rappresentano la riappropriazione di spazi pubblici e l’affermazione della Sovranità alimentare ed economica rispetto alla GDO.
La costituzione di filiere corte è una prerogativa di NaVe-ArSCEC, dal sostegno a quelle già attivate alla Società Civile (es. Filiera del Grano dell’InterGAS di Verona) al favorire nuove filiere come ad esempio quella del gelato. Va da sé che il Progetto Agroalimentare è in sostanza un lavoro di ricostruzione della filiera corta dei prodotti alimentari freschi.
I progetti socio-politico di Naturalmente Verona Itinerante, che vede la promozione di valori, delle proposte ed idee di NaVe-ArSCEC all’interno di molteplici manifestazioni della Società Civile ed il collegamento con tali realtà tramite il progetto “Territori in Movimento“.
Quindi progetti di sviluppo e collegamento delle Reti di Economia Solidale veronesi a livello locale, con la Rete di Economia Solidale Regionali, Nazionale (Tavolo RES) e con quest’ultimo livello anche internazionali. Oltre a ciò sono attivi progetti di sviluppo dei collegamenti con le reti nazionali ed internazionali per la Sovranità alimentare (es. progetto Rural Education)
Le conclusioni che ci sentiamo di trarre dopo questa riflessione sono dunque queste: quanto più il progetto di NaVe-ArSCEC va definendosi da un punto di vista economico tanto più si apre a una pluralità di possibili sviluppi sociali. Il valore della sua attività non può essere quindi misurato dal successo che ottiene nella competizione con il resto del mercato, ma nel rendere coloro che vi partecipano non solo indipendenti dai capricci di questo, ma anche determinati a contribuire al progetto anche quando la convenienza non si presenti sempre, unilateralmente, dalla loro parte. Detto in altri termini: l’utilizzo, diciamo meccanico, degli SCEC può essere in una fase iniziale la leva della maggiore convenienza del sistema per tutti i partecipanti; ma se usato consapevolmente può diventare uno strumento per modulare i saggi di scambio secondo obbiettivi sociali condivisi.
In sintesi crediamo che le potenzialità del Progetto Agroalimentare si potranno esprimere nella misura in cui le persone che parteciperanno alla sua attività sapranno far propri e mettere in pratica i principi che esso rappresenta, i principi di NaVe-ArSCEC. Lo SCEC sarà un buono sconto che porterà vantaggi economici a tutti coloro che ne faranno uso, e riporterà lo scambio ad essere un atto di reciprocità nel momento in cui la diffusione e l’accettazione di questo saranno orientate da una volontà collettiva; quando il valore di una risorsa diventerà una scelta che tenga conto, prima che della convenienza individuale, dell’importanza sociale che le si riconosce. La disponibilità di SCEC infatti non pone problemi di scarsità , i suoi limiti provengono unicamente dalla capacità del sistema di assorbirli, la quale a sua volta deriva dal disponibilità delle persone ad accettarli. Tutte le persone hanno diritto alla stessa quantità di SCEC ma tutte le persone sono in diritto di accettarli in misura differente a seconda delle occasioni. Bisogna infatti dire che se negli scambi commerciali devono correre insieme all’euro come buono sconto, nulla vieta che negli scambi privati siano accettati e rispesi al 100%, diventando mero mezzo di misura e di scambio all’interno di circuiti informali di quartiere, di paese o tipo Banca del tempo. La prima leva per risollevare l’economia locale comincia con un dono alla comunità che lo voglia ricevere e continua, ampliando i suoi benefici, solo se la stessa comunità sceglie di continuare a donare al suo interno.
Il progetto locale di NaVe-ArSCEC è dunque un progetto di riorganizzazione, su basi più eque ed efficienti, di un settori vitali per la sussistenza umana come per il benessere di un territorio, sociale ed ambientale. Ma può diventare anche uno strumento operativo di una collettività e la base su cui innalzare in(de)finiti sistemi economici solidali, con lo SCEC come mezzo di misura autogestito.
Gli sviluppi sociali e culturali di questo progetto più ampio di di NaVe-ArSCEC non sono dunque meno interessanti di quelli economici; possiamo dire che una distinzione netta non sarà anzi possibile nella realtà dei fatti. Cosa potrà avvenire mettendo in comunicazione diversi territori attraverso lo scambio di prodotti, servizi o conoscenze secondo principi solidali? Creando circuiti di ospitalità tra famiglie, viaggiatori o artisti che vogliano spostarsi senza avere la voglia o la pretesa dei grandi alberghi, ma di un luogo aperto allo straniero e a quello che porta? O applicando ed estendendo sul territorio sistemi per il riciclo di prodotti artigianali, materie prime e tutto quanto la gente non vuole più utilizzare? Se non si può prestabilire come una comunità territoriale si organizzerà al suo interno altrettanto enigmatico è l’effetto che genererà il libero confronto di idee ed esperienze diverse in una società con le attuali tecnologie di comunicazione.
Bisogna considerare insomma che delle persone che abbiano imparato a riconoscersi, ad ascoltarsi e a costruire dalla radice una società nuova, saranno anche in grado di sapere cosa chiedere e come rivendicare a quanto rimane della società vecchia. Questo vale per “i lati oscuri della questione monetaria” come per tutto ciò che quelle persone riterranno importante per il recupero delle perdute Sovranità .
| Stampa l'articolo | Questo articolo è stato pubblicato da andrea tronchin il marzo 18, 2011 alle 5:53 pm, ed è archiviato come Blog, Buoni locali solidali, Consumatori, Economia solidale e decrescita, Il buon mercato, Produttori di beni e servizi, Sovranità alimentare e idrica. Puoi seguire i commenti a questo post attraverso RSS 2.0. Puoi pubblicare un commento o segnalare un trackback dal tuo sito. |


