Dal denaro al donare 4: la scarsità , il dono.
Scarsità
Abbiamo definito l’economia sostanziale sull’idea che questa sia in primo luogo il processo attraverso il quale le persone soddisfano i propri bisogni materiali, ciò attraverso processi materiali che riguardano la trasformazione, il movimento e la disponibiltà delle risorse. Abbiamo però detto che si tratta di un processo istituzionalizzato, non spontaneo e casuale ma determinato culturalmente e avente una sua struttura più o meno stabile. La reciprocità , la redistribuzione e il mercato sono i tre principali sistemi economici che abbiamo individuato. Ora, l’opinione che diffusamente si è imposta, è che solo in una società di mercato la scarsità dei mezzi materiali è connaturata alla sussistenza umana, cioè, nel fondere il significato di economia sostanziale e formale in una sola parola, si esprime l’idea che la sussistenza umana deve, in qualsiasi caso, fondarsi sulla scarsità delle risorse e l’esigenza di massimizzare il guadagno individuale; da qui è discesa la convinzione dell’applicabilità universale della teoria economica classica che ha condotto al modello unico neoliberista.
Trattandosi di una teoria che ha pretese scientifiche, la validità di questa non si basa sull’ipotesi che la gente desideri realmente massimizzare, ma sulla tesi che si possano effettuare accurate previsioni relative al comportamento, assumendo che la gente desideri sempre massimizzare l’utilità . L’idea che la teoria del mercato concorrenziale sia un sistema logico che, rimanendo costanti tutta una serie di condizioni, permette di effettuare delle predizioni riguardo alle circostanze prese in esame, non è da confondere con il mondo concreto a cui lo si vuole applicare: la teoria non coincide in assoluto con nessuna società , ma tutte le società sono suscettibili di indagine da parte di questo metodo.
A questo punto si vuole mettere in chiaro che, qui non si contesta alla teoria economica di non essere valida ma, di non essere universalmente valida, come invece asseriscono i sostenitori dell’economia neoliberista.
Un esempio fra tutti: la concorrenza bilaterale tra venditori e compratori, e tra compratori e venditori, che spinge i prezzi a un punto di equilibrio, è una legge dell’organizzazione sociale della teoria formale del mercato che non trova riscontro in altri contesti al di fuori del nostro, il mercato di libera concorrenza.
Valutiamo quindi attentamente quanto nel tempo le cose siano cambiate. Dalla subordinazione dell’economia alla componente sociale nei contesti primitivi e arcaici, dove al contrario del libero e impersonale scambio mercantile l’economia primitiva era relazionale, siamo passati all’estensione improvvisa del meccanismo di mercato a tutte quelle transazioni e relazioni economiche che prima erano di competenza politica, attinente alle scelte di rilevanza sociale e al sistema di ridistribuzione; con ciò si è affermata l’idea di un’estendibilità universale del concetto di scarsità ai mezzi di sussistenza umani.
La scarsità non è una condizione riferibile unicamente ai mezzi di sussistenza, è un rapporto tra mezzi e fini, nello specifico s’intende una condizione in cui i primi sono insufficienti rispetto ai secondi e dove la scelta, di come e in vista di cosa utilizzarli, è indotta da tale insufficienza. Quindi, l’applicazione del concetto di scarsità attiene alla specificità del nostro sistema di mercato, questo è possibile nel momento in cui non solo i beni, ma ogni fattore produttivo sia mercificato, quindi messo su un mercato apposito, interdipendente dagli altri, e a un prezzo formato dall’incontro della domanda e dell’offerta. Concretamente, la grande rottura con il passato si presentò quando a essere inglobate in questo meccanismo furono delle “merci fittizie”: il lavoro, la terra e la moneta, la cui organizzazione fino ad allora era incorporata nella rete dei rapporti sociali.
L’organizzazione di mercato prevede che tutto ciò a cui le persone possono accedere in termini di merci e servizi, sia dettato da un’attività di scambio sul mercato, e dal plusvalore che riescono a trarre dalla loro compravendita. La necessità di ottenere un profitto, cioè la differenza tra costo di produzione e ricavo dalla vendita, è alla base del funzionamento dell’economia capitalistica. Naturalmente un tipo di organizzazione basato unicamente su questo principio non si è verificato in nessuna occasione, o quasi. Tanto per fare un esempio, negli Stati moderni, in misura a seconda dei casi diversa, esistono ancora principi economico-sociali che integrano quello di mercato. Nel nostro paese potremmo citare, per il momento, la presenza di un servizio scolastico o sanitario sostenuti dalle casse pubbliche, quindi non orientati a fini di lucro privato, ma anche questo lo si vuole far diventare parte del mercato con ciò che viene impropriamente definita “liberalizzazione”; ciò è ancora più significante se consideriamo che tale volontà di mercificazione riguarda anche i Beni Comuni, risorse vitali come ad esempio l’acqua. In generale possiamo affermare che la mercificazione di qualsiasi risorsa implica che la sua disponibilità diventi teoricamente uguale per tutti coloro che abbiano le facoltà economiche per acquistarla da chi la produce, o ne sia il proprietario. Più questo meccanismo si estende in tutti gli ambiti della società , meno le possibilità delle persone, a partire dalla loro sussistenza, sono garantite socialmente.
In una società di mercato la relazione sociale è subordinata alla relazione meramente economica, così la società diventa un luogo in cui le persone sono poste di fronte all’esigenza di far fronte alla loro vita individualmente. In una società organizzata in tal modo, l’individuo tende a percepire i propri interessi in concorrenza con quelli degli altri, e la possibilità di poter fare o meno una cosa, o avere o non avere qualcos’altro, è una questione che attiene alle possibilità economiche dello stesso. In queste condizioni, nel libero mercato, le persone sono teoricamente ridotte ad atomi razionali tese alla massimizzazione del guadagno individuale. Contrariamente alle comunità primitive e arcaiche quella descritta appare nell’insieme una società rarefatta, disgregata.
Alla luce di queste considerazioni, se il mercato è il modo migliore di allocare risorse scarse in una società rarefatta, da un punto di vista sociale comincia ad essere chiaro che si tratta di una spirale decisamente negativa: sarebbe come elogiare l’eccellenza di un farmaco per una malattia causata dalla stessa medicina.
Abbiamo visto nelle pubblicazioni precedenti che un sistema economico che faccia uso di una moneta emessa come un prestito a interesse deve matematicamente far fronte all’impossibilità di ripagare il debito complessivo, il quale andrà accumulandosi fino al punto che il costo del denaro sarà troppo elevato rispetto alle possibilità di guadagnare dal suo investimento. Se una società di mercato si distingue per rendere il meccanismo dello scambio economico necessario e onnipresente rispetto a qualsiasi esigenza, e se questo sistema di compravendita esige come intermediario universale una merce chiamata moneta, la disponibilità strutturalmente insufficiente di questa merce, dovuta al sistema del debito a interesse, condannerà irrimediabilmente gli attori economici a una situazione nel complesso di scarsità di mezzi (monetari); situazione che, oltre a essere dolorosa per la società che ne è vittima, diventa paradossale sapendo che la moneta non ha nei fatti nessun costo di produzione.
Tutto questo riguarda particolarmente gli Stati che, perduta la sovranità sulla propria moneta, si sono messi nella triste situazione di doversi procurare le risorse monetarie per lo svolgimento del proprio ruolo, al pari di un cittadino, sul mercato o chiedendola in prestito. Risorse monetarie che dovrebbero poter creare per atto sovrano e che invece, nella nostra società , li rendono amministratori di un conto sempre in rosso.
Se riprendiamo la nostra precedente affermazione, secondo la quale in una società di mercato sia lecito supporre una distanza psicologica tra le persone, e a questa vi aggiungiamo le considerazioni fatte sul sistema monetario, il quadro sociale che ne viene fuori non è certamente tra i più rosei, tale da avvalorare la tesi per cui la scarsità non è una qualità necessariamente connaturata all’economia umana.
Particolarmente interessante in tal senso è quanto dice Aristotele sull’uso del denaro: il suo uso è lecito solo come mezzo di scambio; nel momento in cui questo diventa accumulabile diventa pericoloso non solo socialmente ma per gli stessi individui che, rincorrendolo con l’illusione che questo costituisca di per sé una ricchezza, smarriscono la giusta consapevolezza del rapporto tra mezzi e fini e con essa la possibilità del buon vivere. Questo accenno alle teorie economiche di Aristotele, e alle sue critiche ante-litteram dell’organizzazione capitalistica, vogliono mostrare quanto antiche siano le questioni che stiamo dibattendo, poiché riguardano una domanda a cui ogni collettività ha dovuto trovare una risposta per potersi fondare su un ordine condiviso. La domanda è: quanto è lecito desiderare?
La scarsità come detto non appartiene alle risorse in sé, essa deriva dalle nostre aspettative rispetto ai loro impieghi. La semplice, anche se in realtà difficilissima, capacità di accontentarsi può bastare di per sé a levarsi da una situazione psicologica di scarsità , oggi chiamiamo questo Sobrietà .
E’ chiaro che non possiamo dimenticare la realtà attuale che abbiamo cercato di descrivere e la forza con cui questa sospinge le persone all’inseguimento e alla razionalizzazione del denaro, l’inseguimento di un debito a cui attualmente quasi tutti devono sottostare: per avere un tetto sotto cui dormire, per non far fallire la propria azienda o per poter garantire a un paese delle strade percorribili. Ma oltre a puntare il dito su ciò che in qualche modo ci sovrasta, l’individuo moderno ha il dovere di chiedersi quanto sia ormai antropologicamente e fisiologicamente portato a desiderare senza speranza di essere mai definitivamente appagato. Non solo “il sistema” induce le persone in modo sottile e raffinato a questo desiderio di cose, ma esso può reggersi in piedi a patto che queste desiderino e comprino effettivamente in questo modo. Quante volte in questo periodo abbiamo sentito affermare che la ripresa economica dipende dalla ripresa dei consumi. La società dei consumi non è solo quella dove la gente è spinta a consumare il più possibile, ma quella che funziona solo a patto che la gente si comporti in questo modo. Anche gli in(de)finiti bisogni materiali crediamo dunque che possano essere considerati una sindrome particolarmente diffusa nella nostra società , piuttosto che una condizione connaturata all’esistenza di qualunque persona, ciò che definiamo la “patologia dei bisogni“
Il donare
Il lavoro fin qui proposto ha tentato di essere una riflessione antropologica sulla complessa questione riguardante la natura dell’economia e le sue relazioni con la vita sociale nel complesso. A questo punto dobbiamo considerare il modo e la misura in cui l’ambiente sociale determina la natura e il comportamento delle persone.
Abbiamo ritenuto necessario sollevare tale questione per arrivare a domandarsi se le persone siano naturalmente portate all’egoismo e alla miseria umana dell’uomo economico, o se invece sia il mondo in cui quelle vivono a renderle molto spesso tali.
In più di un’occasione abbiamo espresso l’opinione che il paradigma economico predominante nell’odierna società occidentale sia il mercato, in compresenza di organismi politici, generalmente identificabili nello Stato e nei suoi apparati, che svolgono una funzione redistributiva. Il rapporto tra questi due principi ordinatori può essere a seconda dei luoghi e del periodo molto differente; la nostra epoca ad esempio si contraddistingue per una sempre maggior subordinazione del potere politico statale alla volontà del mercato globale, per non dire delle persone che ne tengono le redini. Ma in generale dire che lo Stato e il Mercato siano stati i principali punti di riferimento nella costruzione della società degli ultimi due secoli crediamo non sia un’affermazione sconsiderata. Il capitalismo e il socialismo non sono stati solo mondi in conflitto, ma anche la dicotomia ideologica e interpretativa che ha più di tutte assorbito le speranze e i sogni delle persone, determinando così anche le loro scelte e possibilità nell’agire concreto.
Ma trasversale e universale a queste ideologie, abbiamo il dono, questo consisterebbe in “ogni prestazione di beni o servizi effettuata, senza garanzia di restituzione, al fine di creare, mantenere o ricreare il legame sociale.” Quello che intende questa definizione non è la beneficenza, o peggio l’elemosina, di chi ha verso chi no; essa sottolinea l’aspetto rischioso del donare, in un certo senso la grande scommessa sociale che esso rappresenta. Per capire il senso di questa affermazione occorre riprendere il grande dilemma delle antiche comunità umane rispetto al comportamento da tenere nei confronti dell‘altro: “fidarsi interamente o diffidare interamente“.
Ciò che suggerisce l’affermazione è che un tempo, ma anche oggi, l’incontro tra gruppi differenti era caratterizzato da una profonda incertezza e soprattutto che questa non poteva essere risolta grazie a un calcolo razionale, nel senso egoista del termine. Anzi, possiamo affermare che tale atteggiamento avrebbe facilmente comportato lo scoppio di un conflitto, un’ipotesi che supponiamo non essere in ogni caso auspicabile; neanche in senso egoista. Così il donare è originariamente il gesto che lega l’interesse personale, ad esempio la propria sopravvivenza, all’interesse dell’altro; e ciò che distingue il processo, dal primo all’ultimo passo, è che nel suo svolgersi nessuna delle due parti può precisamente calcolare né essere sicuro di quale sarà il suo guadagno, né a volte di essere corrisposta. Ed è proprio qua che emerge la profondità e l’ambivalenza del fenomeno del dono: nella sua capacità di rendere coestensivi e mescolare gli interessi soggettivi, mettendoli reciprocamente in discussione, accettando che la loro soddisfazione dipende inesorabilmente da una scommessa sull’altro; e che questa è anche l’unica via per trovare la fiducia e il rispetto nei suoi confronti.
Così, se nella nostra società vi è un solco incolmabile tra il donare e fare il proprio interesse, le società antiche fondavano la loro possibilità di esistere e prosperare sulla capacità di armonizzarli. Alla luce di questo, il dono, con cui intendiamo l’intero processo del donare, ricevere e restituire, significa “scommettere sull’alleanza e sulla fiducia, e concretizzare questa scommessa con doni che sono altrettanti simboli ““ performatori – di tale scommessa primaria.
Il dono non è un fenomeno limitato alle comunità antiche basate sulla reciprocità , ma al contrario esso è ancora e necessariamente il veicolo privilegiato per la creazione di qualsiasi legame sociale e affettivo. Il dono insomma come ciò che realizza ed esprime una delle qualità umana più importanti: la capacità di associarsi. Dai legami affettivi più stretti e affiatati, alle alleanze tra gruppi numerosi ed eterogenei, dal nucleo familiare alla politica di un paese, ogni relazione sociale si sviluppa, si mantiene o s’interrompe secondo una catena infinita di scambi materiali o immateriali immersi nello spirito del dono.
Un aspetto in particolare del dono, che a differenza della visione formalista e individualista dell’economia che riconosce alla radice di qualsiasi azione il calcolo e l’interesse individuale, il paradigma del dono, riconosce all’essere umano una complessità che non è in nessun modo riducibile a un’unica aspirazione, a un solo sentire, a un solo pensare e trovare senso. Ciò significa che questo approccio si basa sull’accettazione che il dono esiste realmente, empiricamente, e che dal dono agonistico fino alla reciprocità tra vecchi amici convivono, senza contraddirsi, la libertà e la costrizione, il piacere nel fare e il fare per interesse. A prescindere dalla sua intensità , questo sentire, il dono, ha una radice comune che interessa e rende tale ogni persona; che fa sì che donare all’altro sia insieme donare a sé stessi. Che questa capacità sia notevolmente assopita e frustrata nell’uomo moderno crediamo sia cosa evidente, così come la drammatica attualità dell’homo economicus; tuttavia, per riprendere un pensiero che abbiamo già espresso: ciò che si può far dimenticare alle persone non può essere tolto all’essere umano, e da questo si può ricostruire. Se la società moderna spinge, o costringe, le persone a vivere in sé stesse, nel gelo dell’egoismo calcolatore, ciò non significa che così debba essere in ogni caso.
Tale convinzione non è solo miele per idealisti, ma la convinzione che porta innumerevoli persone a impegnarsi, a voler agire e lottare realmente, dando sempre qualcosa in più di quel che è loro chiesto; e, sebbene lontane e ignote le une alle altre, ad essere unite.
L’intuizione più importante che insegna questa riflessione sul dono è a nostro avviso questa: che il cambiamento di un rapporto sociale, dal più essenziale ai più articolati, non può essere semplicemente aspettato, né calcolato, ma va inseguito laddove le previsioni non hanno più punti di riferimento, dove comincia il rischio e la scommessa; nello slancio generoso di chi si mette a repentaglio per una causa che lo trascende. La scintilla del cambiamento non può essere che il donare; donare sé stessi, il proprio tempo e il proprio talento; e fra tutti a chi non se lo aspetta. E al coraggio del primo che mette la ruota in movimento fa eco la speranza di chi vuole ricevere e poi la gioia di chi saprà ricambiare.
Questa è la base di partenza che caratterizza l’essenza di ArcipelagoSCEC.
In fondo dopo migliaia d’anni e centinaia di generazioni l’essere umano s’imbatte ancora nello stesso dubbio e nello stesso rischio che trovò lungo i suoi primi passi e che potrà superare solo ritrovando ciò che l’ha reso tale: saper andare oltre sé stesso.
Lo sforzo intellettuale di riaffermare l’importanza della reciprocità , del dono, nelle società è parallelo, e in alcuni casi promotore, al proposito di rigenerare anche all’interno della società moderna dinamiche socio-economiche organizzate secondo questo paradigma. Stiamo alludendo naturalmente alle tante esperienze di mutualità ed economia solidale che si vanno sviluppando, in un certo senso, come antidoto alla frammentazione sociale e soprattutto alle difficoltà scontate dagli esclusi dal mercato del lavoro e dei consumi. Tali esperienze sono comuni in quei contesti che Serge Latouche, ha chiamato “Naufraghi dello sviluppo”, alludendo agli stravolgimenti subiti da quelle popolazioni che hanno conosciuto l’avvento del mercato globale e delle sue leggi molto dopo l’Occidente, e del quale hanno permesso anche l’enorme arricchimento materiale. In tali contesti, che il pensiero egemone definisce invece “in via di sviluppo“, le forti reti sociali che ancora sussistono forniscono il supporto agli esclusi dall’economia ufficiale attraverso circuiti economici che obbediscono ancora alla solidarietà comunitaria. Ma se nell’Africa nera, o in Sud America, le pratiche di reciprocità sono recuperate dalla tradizione e salvaguardate come un’ancora di salvezza, nell’Occidente moderno esse si presentano come una grande innovazione sociale; tanto più che esse recuperano forme di scambio locale basate sulla reciprocità senza avere alla base strutture familiari o clientelari consolidate dalla tradizione, ma anzi avendo tutte le caratteristiche di libere associazioni di cittadini.
Così è ArcipelagoSCEC, un interessante laboratorio socio-economico che mette in stretta connessione l’economia reale con una differente concezione del denaro;
Che cos’è infatti l’istituzione di un’unità di conto locale, democraticamente stabilita dai partecipanti al circuito, se non la riappropriazione sociale dell’originaria funzione della moneta di semplice misura di valore ? E cos’è quest’atto, eminentemente politico e sovrano, se non l’affermazione della necessità di riassorbire l’economia e il valore economico all’interno della trama sociale e dei valori da questa stabiliti?
Il merito di queste esperienze è l’aver messo in luce che il denaro non può che essere una rappresentazione del valore che una risorsa possiede per una comunità , e che come tale esso è sempre e solo una conseguenza, mai una precondizione, della loro possibilità di circolare tra le persone, e in fondo, che nel momento in cui una persona è in grado di donare qualcosa a una comunità essa è anche in grado di ricevere. Invitiamo a prendere questa come una provocazione e, ancor più sfacciatamente, terminiamo questo tratto del nostro percorso con una domanda ingenua quanto di radicale importanza: come possono la reciprocità e la solidarietà , il dono, essere le leve di un cambiamento, non solo individuale e circoscritto a piccole esperienze, ma socialmente ed economicamente diffuso?
| Stampa l'articolo | Questo articolo è stato pubblicato da andrea tronchin il febbraio 14, 2011 alle 10:42 pm, ed è archiviato come Blog, Buoni locali solidali, Consumatori, Economia solidale e decrescita, Il buon mercato, Produttori di beni e servizi. Puoi seguire i commenti a questo post attraverso RSS 2.0. Puoi pubblicare un commento o segnalare un trackback dal tuo sito. |
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