Dal denaro al donare 2: paradigmi economici
Partiamo dalla sintesi della pubblicazione precedente “Dal denaro al donare“.
L’economia sostanziale è quel processo concreto attraverso il quale ogni civiltà , dalla più semplice alla più articolata, ha soddisfatto i propri bisogni materiali. L’economia formale, è una disciplina comparsa nel XVIII secolo, che studia il modo migliore di allocare mezzi dati come insufficienti in vista di fini (bisogni) dati come illimitati. Nella vita concreta di tutti i giorni, l’accezione formale non può in alcun modo sostituire quella sostanziale; l’importanza di ciò emerge osservando quali conseguenze derivino dal fondere le due accezioni di economico in un’unica parola, ad esempio, arrivare ad avere “valori economici di carta” che superano una enormità di volte tutto il valore reale del prodotto interno lordo (PIL) del Mondo intero. L’organizzazione economica in forma di mercato, fa riferimento a una situazione di necessità di scelta derivante dalla relativa scarsità del mezzo universalmente utilizzato: il denaro, quindi, nel sistema economico di mercato, quello odierno, la questione si sposta da un problema di scarsità di risorse a un problema di scarsità di mezzi. Nel progetto di Naturalmente Verona ““ Arcipelago SCEC, lo SCEC è un mezzo e il senso che si attribuisce all’economia è: l’economia dovrebbe esistere solo per garantire a tutte le persone ciò di cui hanno bisogno, rispettando in questo l’ambiente e i diritti delle generazioni future.
Paradigmi economici
Consideriamo l’economia come: quel “processo istituzionalizzato d’interazione” che ha la funzione di provvedere ai mezzi materiali della società . Per processo s’intende l’interazione tra uomo e ambiente, e spiega il risultato materiale in termini di sopravvivenza; ogni “processo” comporta dei mutamenti, fisici che avvengono nello spazio e che sono alla base del processo produttivo che lega l’uomo alla natura o mutamenti nella sfera della proprietà che riguardano chi, e in quali termini, dispone delle cose. A ciò si collegano anche i mutamenti rappresentati dai diritti e doveri che regolano i rapporti di acquisizione e disposizione di beni e agenti umani (come il lavoro) fra le persone. Per quanto concerne il termine istituzionalizzato, ciò riguarda i rapporti che si costituiscono fra le persone, nell’acquisizione e nella disposizione di risorse produttive e di mezzi materiali destinati alla soddisfazione dei bisogni, ciò implica relazioni intercorrenti fra: processo economico, sfere della politica e culturale della società in generale.
L’interazione è presente nel processo economico nella misura in cui i movimenti di beni e persone che modificano la situazione determinata dallo spazio, dal tempo e dalle differenze di occupazione, sono istituzionalizzati in modo da creare interdipendenza fra i movimenti. Le forme d’interazione dell’economia, o paradigmi, sono la reciprocità , la redistribuzione, lo scambio di mercato.
La reciprocità descrive il movimento di beni e servizi (o la disponibilità di essi) fra punti
diversi ma in qualche modo corrispondenti (o simmetrici). La reciprocità , ad esempio, è stata alla base dell’organizzazione dell’agricoltura: lo scambio di pesce e patate ottenuti in periodi differenti, si svolge secondo una forma di reciprocità che coinvolge non solo gruppi di parenti ma, in passato, interi villaggi, rispettivamente costieri e dell’entroterra. Più in generale possiamo parlare di una elaborata forma di scambi di doni e controdoni basati sulla reciprocità , dove un principio veramente importante è che è lasciato al donatore di stabilire l’equivalenza del controdono che non può essergli imposta in nessun modo. E ancora: l’equivalenza dei valori scambiati è essenziale, ma deve essere il risultato di ciò che colui che restituisce ritiene sia il dovuto, secondo il costume e secondo la propria dignità , una legge sottesa allo sviluppo di qualsiasi relazione sociale e non riducibile alla sola sfera economica. Così è, ad esempio, per il dono, che mette l’accento sul comportamento degli attori sociali coinvolti, sull’importanza simbolica e psicologica di questo atto nell’instaurazione di una relazione pacifica tra due parti, individuali o collettive. In questo senso il dono è il simbolo che unisce l’interesse individuale all’interesse collettivo, e il suo aspetto materiale è subordinato all’importanza che ha nello stabilire relazioni sociali.
Spesso la reciprocità è identificabile con il dono perché tra la prima cessione e la sua ricompensa spesso intercorre un intervallo temporale che potrebbe far apparire i movimenti di beni come gratuiti.
All’interno della nostra organizzazione economica sono ancora operanti forme di reciprocità , soprattutto per esempi che, per noi occidentali, ricadono sotto il nome di Economia Solidale. La riscoperta teorica della reciprocità come modello economico istituzionalizzato, la sua rivitalizzazione e riaffermazione nella realtà sociale è impegno concreto di decine di migliaia di persone nella sola Europa degli ultimi decenni, ma nonostante gli sforzi compiuti da intellettuali e attivisti in questa direzione, la reciprocità occupa all’interno delle organizzazioni economiche occidentali dei nostri giorni uno spazio marginale.
Redistribuzione: il processo di redistribuzione interessa sia gli effettivi movimenti delle risorse materiali che il diritto di disporne laddove si trovano. La redistribuzione si distingue non tanto per il modello dei movimenti fisici dei beni, bensì per quello dei diritti e dei doveri che sanzionano i passaggi di mano dei beni e delle persone che s’inseriscono nell’economia o ne escono. La centricità del modello redistributivo si riferisce al fatto che la facoltà di determinare diritti e doveri è attribuita a un centro individuabile, dal quale essi sono distribuiti mediante una matrice di regole formali e di autorità che regolano il movimento degli oggetti o risorse fra le persone. L’emergenza della redistribuzione in quanto forma di organizzazione dell’economia è dunque strettamente collegata all’emergenza dell’ordine politico in quanto sistema differenziato della società . Questo paradigma economico, sebbene a differenti livelli e per ragioni differenti, è riscontrabile in pressoché tutte le società umane conosciute. Celebri casi di redistribuzione sono il sofisticatissimo sistema di immagazzinamento e redistribuzione dei grandi imperi mesopotamici, egiziano o Inca. Non è difficile associare a questa forma d’integrazione la funzione che nelle economie moderne è occupata dallo Stato, il centro avente il potere di raccogliere attraverso la tassazione parte delle risorse (nel nostro caso perlopiù monetarie) per decidere in seguito come ridistribuirle a seconda degli ideali sociali che lo animano e che rappresenta.
Prima di procedere all’esposizione del terzo paradigma, quello appunto del mercato, occorre soffermarsi sul rapporto tra società ed economia ( in senso sostanziale come fin qui l’abbiamo intesa) in base al grado di incorporazione, dell’economia nella società o viceversa. L’economia incorporata nella società . Molte istituzioni delle società antiche erano fondate sullo status, mentre la società moderna si basa perlopiù sul contratto. Lo status è determinato dalla nascita, perciò i diritti e i doveri di una persona sono definiti dalla sua parentela, dal totem o altre fonti. Esso sopravvive fino all’età dell’uguaglianza dei cittadini che si afferma nel secolo XIX per essere lentamente sostituito dal contratto, e cioè “da diritti e doveri stabiliti mediante transazioni consensuali, o contratti.
Un tempo, a una particolare relazione sociale era associato una particolare forma di scambio, in simili condizioni i concetti di deposito, di saldo, di perdita e di guadagno, erano ovviamente inapplicabili, quindi, per le società primitive vi era l’impossibilità di organizzare l’economia, anche solo concettualmente, come un’entità distinta dalle relazioni sociali. Si può dire che tale sistema economico funzionava in modo da rafforzare la solidarietà comunitaria, mettendo i suoi elementi al riparo dagli effetti corrosivi della fame e del guadagno grazie a un destino economico comune fondato sulla cooperazione e interdipendenza dei suoi elementi.
Pertanto, l’integrazione dell’uomo e della natura (cioè il lavoro e la terra) nell’economia era in gran parte affidata al funzionamento dell’organizzazione fondamentale della società , nel tempo ci si è avviati sempre di più nel cambiamento verso un’organizzazione sociale in cui la sfera economica ha iniziato a distaccarsi dal tessuto sociale. Questo passaggio, ovviamente compiuto da diverse società in periodi differenti della storia umana, coincide col momento in cui accanto alle transazioni legate allo status tribale o familiare, fanno la loro comparsa “transazioni” che si riferiscono all’importanza del beni in quanto tali. Da qui cominciano le relazioni basate sul contratto.
Il distaccarsi delle transazioni economiche dall’insieme dei vincoli e delle implicazioni sociali diede all’individuo la possibilità di usufruire più liberamente delle risorse economiche disponibili nella società , creando così le condizioni per un suo avanzamento materiale all’interno della stessa; quando si diffuse un modo di pensare più razionale, e i tabù tribali e le superstizioni persero forza sull’agire delle persone, la naturale propensione acquisitiva dell’uomo ebbe il sopravvento, così cominciò a trafficare, barattare e cercare il guadagno. Tutto questo ha condotto ad un grosso mutamento sociale e culturale, ad esempio, nel caso della proprietà comune della terra (caso emblematico), tanto diffusa presso le culture prestatali, benché la terra fosse in effetti di proprietà poniamo di una tribù, o di un clan, all’interno di questo esistevano differenze individuali nel disporne, il mutamento più sostanziale ha riguardato la percezione “uomo-natura”, le persone che inizialmente sentivano di appartenere alla terra, oggi sentono la terra come appartenente alle persone. Così, si è passati da una responsabilità assunta dalle persone a coltivare determinati appezzamenti, alla terra quale elemento oggetto di possibile speculazione, come proprietà esclusiva e individuale, senza nessuna responsabilità relativamente al destino della terra e della vita in essa presente. Detto più in generale, dalla concezione dei Beni Comuni (es, terra, acqua) siamo passati alla concezione dei beni economici; oggi tutto è merce, il cibo, l’acqua, il lavoro, la vita…
Ovviamente tutto questo si è verificato gradualmente, passando da un’economia immersa nella rete dei rapporti sociali e affettivi ad una compiuta economia di mercato, completamente sciolta dai legami sociali. Sta di fatto che lo scambio di mercato, il terzo paradigma che ancora si deve esaminare, consiste al pari della reciprocità in atti di scambio bilaterali (transazioni appunto), ma per il tipo di rapporto che si presuppone tra le parti, e la struttura istituzionale necessaria al suo funzionamento, i due principi economici sono agli antipodi per quanto concerne il grado di incorporazione dell’economia nella struttura sociale: nel momento in cui il mercato diverrà il paradigma economico predominante sarà la stessa società a essere inglobata nel suo meccanismo, una società appunto di mercato.
Il Mercato
Abbiamo già visto come lo scambio di mercato, al pari della reciprocità , implichi un movimento bilaterale di beni; in questo caso però, a differenza del meccanismo del dono e controdono e dello stesso scambio secondo equivalenze, s’intende per scambio di mercato una transazione dove entrambe le parti sono orientate a ottenere il massimo guadagno possibile. Anche in questo caso bisogna ricordare che, affinché il comportamento delle persone sia possibile e ripetibile, occorre che alla base sussista una struttura istituzionale idonea, il supposto istinto a trafficare e barattare non è sufficiente. In questo caso è appunto il mercato a fornire la base istituzionale, inteso non come luogo fisico dove avvengono gli scambi, ma come luogo astratto dove s’incontrano la domanda e l’offerta. Ma a differenza del commercio antico, dove tale incontro presuppone che il saggio di scambio sia dato e prestabilito, il mercato come principio economico si distingue per il fatto di determinare autonomamente l’equivalenza, o prezzo, nel punto d’incontro tra offerta e domanda. In termini istituzionali il mercato non presuppone un meccanismo di offerta-domanda-prezzo, ma semplicemente una situazione di scambio, una sede per
effettuarlo, e delle persone intenzionate a vendere e a comprare. Prima della nascita del sistema capitalistico, il mercato autoregolato era stato più un accessorio del sistema economico, che nei fatti era inscindibile dal sistema sociale.
L’economia di mercato affermatasi più di due secoli fa, è quindi il risultato di un sistema economico in cui tutti i fattori sono organizzati e regolati soltanto dal mercato stesso. Ciò significa che tutte le merci e i servizi, cioè la produzione, sono in vendita sul mercato; e che tutti i redditi, cioè la domanda, derivino da questa vendita.
La produzione sarà poi controllata dai prezzi poiché i profitti di coloro che dirigono la produzione dipenderanno da essi; anche la distribuzione delle merci dipenderà dai prezzi perché i prezzi formano i redditi ed è per mezzo di questi redditi che le merci prodotte sono distribuite tra i membri della società .
Perché un’economia di mercato possa funzionare non basta che vi siano mercati per le materie prime e le merci; devono anche esserci mercati del lavoro, della terra e della moneta e questi avranno dei prezzi, stabiliti dal mercato, chiamati salario, rendita e interesse. Il prezzo delle merci contribuisce al reddito dell’imprenditore, infatti il profitto è la differenza tra costo di produzione e prezzo di vendita. Se tutte queste condizioni sussistono, tutti i redditi deriveranno dalla vendita sul mercato di un tipo di merce e saranno grossomodo sufficienti a loro volta per comprare tutte le merci sul mercato.
Un mercato che si autoregola richiede una separazione istituzionale della sfera politica da quella economica, e a questo punto dell’argomentazione dovrebbe essere chiaro come nei fatti questa situazione non si ritrovi in qualunque contesto sociale ma anzi, quando si verificò, rappresentò una forte discontinuità col passato. Mercificare il lavoro e la terra significa subordinare la società intera alle leggi del mercato, giacché è evidente che queste due cose altro non sono che le persone e l’ambiente in cui esse vivono; e queste non sono naturalmente fatte per essere vendute né possono venire mobilitate e accumulate come merci. Il denaro è anche lui essenzialmente una merce fittizia, poiché non è nient’altro che un simbolo. Eppure è grazie a questa finzione che il sistema di mercato può funzionare, non potendo escludere dal suo meccanismo questi tre elementi vitali all’autoregolazione.
I mercati sono innumerevoli e riguardano molte tipologie di prodotti e servizi, ma nell’era della globalizzazione, sono tra loro collegati e interdipendenti come un unico grande mercato. àˆ ormai evidente che lasciare al mercato il compito di dirigere il destino degli esseri umani e del loro ambiente naturale comporta delle gravi conseguenze per gli stessi; da questo punto di vista innumerevoli possono essere le considerazioni molto critiche sugli effetti che la subordinazione della società al suo sistema economico ha generato quasi ovunque: nel disporre della forza-lavoro di un uomo, ad esempio, il sistema attuale dispone tra l’altro dell’entità fisica, psicologica e morale di questo.Privati della copertura protettiva delle istituzioni culturali, gli esseri umani finiscono per essere vittime di una “grave disorganizzazione sociale”, per vizi, perversioni, crimini, povertà e denutrizione. Sta di fatto che, nella nostra epoca, non vi è mai stata tanta “ricchezza” e allo stesso tempo tanta ingiustizia, esclusione, povertà e fame; la natura viene ridotta ai suoi elementi, scollegati fra di loro, l’ambiente e il paesaggio deturpati, i fiumi e l’aria inquinati, e la capacità di produrre cibo e materie prime, distrutta (distruzione del modello dell’agricoltura contadina familiare).
Da questo punto di vista il modello neo-liberista impostosi negli ultimi trent’anni si dimostra l’affermazione più radicale del modello di mercato, giacché lo stesso Stato per poter assolvere alla suddette funzioni è costretto il più delle volte a sostenere i mercati proprio per la dipendenza che la vita sociale ha dal loro funzionamento. Ma naturalmente l’equilibrio tra queste due forze (Stato e mercato) è a seconda dei luoghi e dei tempi diverso; a noi interessa afferrare concettualmente la differenza che esiste tra questi due paradigmi perché sarà poi utilizzata nella disamina del nostro oggetto di studio: ArcipelagoScec, a cui ci avvicineremo ancora di un passo con la discussione del prossimo capitolo. Qui ci limitiamo a ribadire che il passaggio dall’economia sostanziale a quella di mercato, formale, ha portato alla pedita della reciprocità , perdità del senso del dono (società ) e mutamento del sistema redistributivo attraverso l’incorporazione della società nel suo “meccanismo economico” diventando in tal modo “dominante” sui diritti, i valori e la vita, attuale e quella delle generazioni future.
Nel progetto di Naturalmente Verona ““ Arcipelago SCEC, l’economia dovrebbe esistere solo per garantire a tutte le persone ciò di cui hanno bisogno, rispettando in questo l’ambiente e i diritti delle generazioni future, per ottenere ciò, è necessario far si che sia l’economia al servizio della società e non la società al servizio dell’economia.
Questa pubblicazione è la sintesi parziale del testo “Prolegomeni economici a una comunità solidale”, scritto da Fancesco Amendola
| Stampa l'articolo | Questo articolo è stato pubblicato da andrea tronchin il gennaio 31, 2011 alle 4:18 pm, ed è archiviato come Blog, Buoni locali solidali, Commercio equo e solidale, Consumatori, Difesa attiva del territorio, Economia solidale e decrescita, Il buon mercato, Produttori di beni e servizi, Sovranità alimentare e idrica. Puoi seguire i commenti a questo post attraverso RSS 2.0. Puoi pubblicare un commento o segnalare un trackback dal tuo sito. |


