Cos’è, come si è generato e che effetti ha il debito pubblico
Il debito pubblico si crea quando lo Stato (comprese tutte le amministrazioni periferiche) spende annualmente più di quanto incassa. Lo Stato finanzia il debito pubblico ricorrendo ai titoli di Stato (bot, cct, btp, ecc.), con l’intermediazione della banca centrale e delle singole banche. Cioè lo Stato copre temporaneamente il buco finanziario ricorrendo al denaro che i cittadini e gli operatori finanziari gli danno in prestito ad un certo tasso di interesse, determinato dal mercato degli stessi titoli. Se per vari anni lo Stato va in passivo la situazione si aggrava, in quanto il debito complessivo cresce e crescono gli interessi da pagare ogni anno e cresce la difficoltà a piazzare sul mercato tutti i titoli. Più il debito cresce, come sono cresciuti quello greco e quello italiano, e più cresce il pericolo di insolvenza dello Stato verso i cittadini, le banche e gli investitori stranieri che abbiano acquistato i titoli. Per poter rinnovare i titoli, gli investitori chiederanno tassi più alti, perché sarà cresciuto il rischio di insolvenza, in una spirale sempre più difficile da sanare. E’ la situazione in cui si è trovata la Grecia e in cui ora si trovano l’Italia e vari altri stati europei! Guardiamo, come esempio, ai dati dell’Italia. L’attuale importo del debito pubblico italiano (settembre 2011) supera i 1911 miliardi di euro, una cifra astronomica che è superiore al PIL annuale. Ciò significa che se tutti regalassero allo Stato tutto il volume d’affari delle loro attività di produzione di beni e servizi, questo non sarebbe sufficiente a coprire il debito dello Stato. Nel 2010 il debito era di 1.843.015 milioni di euro, pari al 119% del PIL, rispetto al 116,1 del 2009. Nel 2008 era invece stato pari al 106,3% e nel 2007 al 103,6% (dati Eurostat). Altri dati tutti riferiti all’anno 2010 (fonte: statistiche istat, PIL e indebitamento delle amministrazioni pubbliche): PIL 1.549 miliardi di euro, debito 1843 (119% del PIL), entrate totali dello Stato 46.6% del PIL (quindi una quantità enorme di denaro, quasi la metà del PIL che va allo Stato), uscite totali 51,2 % del PIL (!!!), disavanzo dell’anno 4.6% del PIL, indebitamento netto circa 71 miliardi di euro, pressione fiscale 42.6% del pil; interessi pagati 70 miliardi di euro, pari al 4.5% del pil e al 9,66% delle entrate. La tendenza è quindi alla crescita. Il debito pubblico può essere visto come una sovra-spesa a debito che fanno le generazioni attuali, mettendola in pagamento alle generazioni future. Oppure può essere visto anche come una tassa differita, perché il denaro preso in prestito, ad un certo punto dovrà essere restituito, con gli interessi, elevando le tasse.
E’ evidente che uno Stato etico ed accorto non dovrebbe mai mettersi nelle condizioni di creare debito. Nelle famiglie e nelle imprese si fa attenzione a non spendere più di quel che si guadagna, né è possibile farlo, mentre lo Stato, che dovrebbe dare l’esempio, si comporta in maniera contraria. E’ obbligo morale che lo Stato spenda bene il denaro che riceve, in tasse, imposte e contributi, dai propri cittadini. Un assennato uso del denaro pubblico dovrebbe essere un elemento fondamentale del programma di governo di qualsiasi forza politica. Invece quasi tutti i governi, di centro destra e di centro sinistra, tranne che nel periodo immediatamente precedente all’entrata nell’euro, hanno accumulato debito di bilancio. Anche da questo possiamo vedere il valore delle forze politiche che ci hanno governato, purtroppo in tutto il mondo. Il problema è che non hanno governato, ma hanno lasciato che a governare fosse la grande finanza internazionale, per il suo proprio tornaconto e potere. Si è parlato di una legge che impedisca allo Stato di spendere più di quanto permettano le entrate e sarebbe certamente una legge giusta, ma il punto veramente fondamentale è un altro: bisogna ridefinire quali sono le possibilità di entrata dello Stato e, come vedremo più avanti, potrebbero essere molto superiori, senza aumentare le tasse, ma con la possibilità di diminuirle, se lo stato avesse il potere sull’emissione monetaria, senza però poterla usare per incrementare il proprio apparato.
Guardando la tabella dei debiti pubblici europei (fonte web http://www.ccre.org/docs/chiffres_cles_2010_IT_bd.pdf) si nota che tutti i 27 paesi dell’area europea (solo 17 hanno l’euro come moneta) hanno deficit pubblico, nessuno escluso. Considerando i dati 2009 si parte da un minimo del 7.2% dell’Estonia, fino ad un massimo del 127% della Grecia. E infatti la Grecia è stata la prima ad entrare nella impossibilità di restituire il debito. La seconda nazione con debito più alto rispetto al PIL è l’Italia, che infatti si trova in pericolo di default. Possiamo notare che anche gli altri grandi paesi, come la Germania e la Francia, hanno deficit altrettanto elevati dell’Italia, in valore assoluto, anche se la percentuale rispetto al PIL è inferiore.
I dati della tabella ci inducono a porci una domanda: come mai tutti gli stati europei
non riescono a non indebitarsi?
Occorre dunque approfondire sulle origini e sulle cause strutturali che portano gli stati ad indebitarsi e su soluzioni innovative basate sulla comprensione più profonda di ciò che sta alla base del debito pubblico.
CHE EFFETTI HA IL DEBITO PUBBLICO
Come abbiamo visto il pericolo principale è che il crescere del debito pubblico porti verso l’insolvenza dello Stato, cioè verso l’incapacità di onorare il suo debito pagandolo ai suoi sottoscrittori, chiunque siano, privati o banche o imprese o enti, del proprio Stato o di altri stati.
Inoltre il debito pubblico impoverisce uno Stato in quanto, vengono pagati molti interessi, che vanno in parte ai soggetti del paese e in parte all’estero.
E ancora, il debito pubblico sottrae denaro alla produzione in quanto il risparmio dei cittadini va a congelarsi nei titoli del debito dello Stato e non è più utilizzabile né per i consumi né per gli investimenti.
Per ogni paese una parte del debito è finanziata dall’estero e succhia interessi, anche se, in positivo, porta risorse momentaneamente mancanti, e una parte è finanziata dall’interno e impedisce consumi e investimenti, con effetto recessivo. Impoverimento e recessione potenziano il pericolo di insolvenza, che porta lo Stato al tracollo.
Un aspetto molto importante è di valutare come il denaro è stato speso, cioè con quali voci di spesa si è creato il debito. Se ci fosse stata una buona spesa, per esempio per promuovere investimenti utili alla collettività, la virtuosità di questa spesa renderebbe meno pericoloso il debito, perché attiverebbe delle compensazioni.
Un effetto molto negativo su tutta la popolazione è che per cercare di contenere il debito pubblico e i relativi interessi passivi, i governi, ormai da decenni hanno incominciato ad attuare misure per ridurre la spesa pubblica e aumentare le entrate e continuano così tutti gli anni, ora anche più volte all’anno!! L’effetto è che le tasse aumentano sempre più, mente i benefici che i cittadini ne ricevono dallo Stato diminuiscono di anno in anno. Per di più lo Stato svende il proprio patrimonio di beni immobiliari e di imprese, che sarebbero di proprietà dei cittadini. Il tutto è un autentico disastro sociale.
COME SI E’ GENERATO IL DEBITO PUBBLICO
Alcune delle cause principali del debito pubblico, sono le seguenti:
1. lo Stato ha assunto molti e importanti compiti sociali
2. lo Stato ha speso male
3. lo Stato non riceve più gratuitamente cifre importanti a copertura del debito
pubblico
4. gli interessi incidono molto
5. la delocalizzazione dell’economia
6. l’incremento della disoccupazione, nonostante la bassa natalità
7. la forte evasione fiscale
8. l’operato sbagliato della BCE
9. la recessione economica
LO STATO HA ASSUNTO MOLTI E IMPORTANTI COMPITI SOCIALI
Nello stesso documento da cui sono stati tratti i dati precedentemente riportati troviamo anche una tabella che riporta le spese del settore pubblico dei vari stati europei, rapportate al PIL. E’ impressionante vedere come tutte le amministrazioni statali spendano circa la metà del PIL prodotto dalla popolazione. Si va da un minimo del 40,6% del PIL per la Bulgaria ad un massimo del 58.5% della Danimarca, con una media del 50,8 %; quindi oltre la meta del PIL è speso dallo Stato!
E’ indubbio che lo Stato moderno ha assunto molti compiti sociali, cercando di garantire i cittadini su alcuni aspetti che sono stati definiti come diritti per tutti.
Questo è stato indubbiamente positivo.
Lo Stato ha preso in carico la struttura scolastica, la struttura sanitaria, la sicurezza pubblica, la struttura pensionistica, l’apparato della giustizia pubblica, l’assistenza sociale, le infrastrutture, gli aiuti alle imprese di vari settori, gli aiuti al mondo della cultura, alla ricerca, ecc. Inoltre lo Stato deve anche sostenere il proprio mastodontico apparato sui quattro livelli di Stato centrale, Regioni, Province, e Comuni.
Tutto ciò comporta grandi spese, che devono essere coperte con tasse e imposte che lo Stato impone a cittadini e imprese.
Una domanda da porsi è però la seguente: non c’erano e non ci sono tuttora delle alternative migliori per il soddisfacimento di questi diritti?
Lo Stato, per esempio. ha assunto il compito della educazione di base, della scuola e della sanità, eppure questo non rappresenta la soluzione ultima, in quanto lo Stato, come vedremo in un successivo capitolo, come non dovrebbe occuparsi di gestire l’ economia, che non è il suo campo, ma lo è della struttura economica della società, così non dovrebbe occuparsi di gestire la cultura e la sanità, che sono compiti della parte culturale della società.
Lo Stato ha poi assunto il ruolo di garante per le pensioni sociali; in realtà, tramite l’INPS svolge solo un ruolo di cassiere, che incassa i contributi dai lavoratori e li distribuisce ai pensionati.
Anche questo compito è improprio e dovrebbe ricadere sotto il controllo dall’area economica della società.
Un altro grande compito assunto dallo Stato è quello di mitigare gli effetti antisociali del sistema economico che è stato scelto, quello dell’egoismo darwiniano della lotta del più forte per sopraffare il più debole o del “lasciar fare” gli egoismi individuali. Per vincere gli altri nel sistema della concorrenza di tutti contro tutti non si fanno sconti e il più debole non può stare in produzione perché è un peso rispetto alla concorrenza.
Ma non è l’assistenzialismo dello Stato la soluzione del problema, che invece va affrontato a monte, a livello dell’economia, la quale deve essere strutturata in modo tale da non emarginare i più deboli, ma da utilizzarne le potenzialità, che spesso, se valorizzate, sono notevoli. Nella cultura ed economia contadina tutti i soggetti venivano valorizzati e questo aspetto è andato perso. Per recuperarlo occorre ristrutturare l’economia in modo che, tramite opportune associazioni economiche, crei spazio di vita attiva per tutti. Per esempio, tutti i disoccupati, finché non trovano una occupazione nelle strutture normali dell’economia, potrebbero essere impiegati in un apposito settore “lavori di utilità sociale” – che ha potenzialità infinite di occupazione – in cambio di un salario minimo sociale. Male sarebbe invece di prospettare un “reddito di cittadinanza” senza una contropartita in lavoro utile alla comunità sociale, quando invece ce ne sarebbe molto da poter svolgere.
Questo aspetto dovrebbe essere gestito dalle strutture economiche del bene comune e non dallo Stato, che dovrebbe limitarsi a realizzare la corrispondente parte legislativa, di tutela dei diritti. Tutto questo sarà approfondito in un successivo capitolo.
Tuttavia, poiché stiamo parlando di misure giuste e adatte per il futuro, che presuppongono alcuni importanti aggiustamenti legislativi, finché non si è proceduto in tale direzione, riteniamo che ora non debbano essere in discussione questi importanti compiti dello Stato, ma anzi riteniamo che lo Stato dovrebbe realizzarli meglio di come sta facendo attualmente.
La privatizzazione di questi servizi pubblici, affidandoli a società private di capitali, non è la soluzione giusta; la soluzione viene da una diversa articolazione delle strutture della comunità sociale, di cui parleremo più avanti e da un diverso modo di concepire e realizzare l’economia.
Quindi su questo fronte non vediamo attualmente grandi possibilità di risparmi per lo Stato, tranne che nel settore della sanità, che è troppo gonfiato, e nell’apparato pubblico, anche sovradimensionato, e anche diminuendo i compensi e i premi per i dirigenti.
LO STATO HA SPESO MALE
Anche per questo aspetto prendiamo il caso dell’Italia. Fatti analoghi sono accaduti in molti altri stati europei. Uno dei motivi del debito pubblico è la superficialità con cui la classe politica ha speso negli anni e con cui ha generato effetti di spesa duraturi nel tempo. Quasi ogni legge prevedeva nuovi compiti e nuove istituzioni e uffici deputati ad assolvere quei compiti. E’ facile creare una selva di organismi che magari dopo pochi anni sono superati nella loro funzione e comunque trascurati dai politici successivi, ma che permangono per le rigidità sul personale assunto.
Il caos creato è stato talmente grande che, per cercare di districare la matassa, si è dovuto inventare un apposito ministero, quello della semplificazione normativa, che si aggiunge agli altri tre di Pubblica amministrazione e innovazione, Rapporti con le regioni e Riforme per il federalismo, i quali tutti insieme dovrebbero creare un ordine migliore e più economico nel campo delle istituzioni; ma ancora ci siamo ben lontani, anche perché manca una concezione delle istituzioni veramente valida, come quella esposta più avanti.
Nocive sono state anche, per esempio, le pratiche di prepensionamento, perché hanno aggiunto nuovi oneri allo Stato (nuove pensioni da pagare) a fronte di contributi o ridotti o rimasti uguali, tramite il rimpiazzo del personale.
Anche il costante aumento delle paghe dei politici e di vari settori dell’amministrazione pubblica, e tutti i previlegi che sono stati attivati, senza voler scendere in dettagli, a fronte di una scadente redditività del lavoro, per mancanza di controllo, è stato un altro dei motivi che ha creato un debito pubblico sempre più difficile da sanare.
LO STATO NON RICEVE PIU’ GRATUITAMENTE IMPORTI IMPORTANTI A COPERTURA DEL DEBITO PUBBLICO
Qui entriamo in un punto cruciale, il più importante di tutti gli altri, e di gran lunga. Riferiamoci, come esempio, all’Italia. Fino al 1981 in Italia esisteva la possibilità di annullare il disavanzo di bilancio senza creare debito pubblico.
Il ministero del tesoro chiedeva alla Banca d’Italia di finanziare il debito con l’emissione di nuova moneta il cui valore andava appunto allo Stato per coprire il debito. Poteva trattarsi anche di semplice moneta elettronica, accreditando l’importo necessario sul conto del Tesoro dello Stato, senza contropartita di debito. La Banca d’Italia, che allora era pubblica, vi era costretta e la nuova moneta emessa copriva il debito, senza che vi fossero più né debitori né creditori. In pratica l’emissione della moneta costituiva una entrata per lo Stato, con la quale copriva il disavanzo pubblico. Valutiamo ora questa soluzione. Non è un caso che l’Italia fino alla fine degli anni 70 e l’inizio degli anni 80 sia stata in forte espansione e abbia creato molta ricchezza e benessere economico, con un notevole tasso di crescita, divenendo uno dei paesi più sviluppati e ricchi al mondo. Poi la Banca d’Italia è stata staccata gradualmente dal potere politico, e in modo netto con il cosiddetto “divorzio” con l’Ufficio del Tesoro del Governo.
Con l’espressione “divorzio della Banca d’Italia dal Tesoro dello Stato” si indicò la cessazione dal luglio del 1981 dell’impegno della Banca d’Italia ad acquistare i buoni del Tesoro non collocati sul mercato.
Successivamente la Banca d’Italia è stata data gradualmente in mano ai banchieri privati, con il processo delle privatizzazioni. Le privatizzazioni di alcune imprese statali che possedevano quote nella Banca d’Italia, ha comportato anche un illegale trasferimento a privati, di queste quote pubbliche del capitale presso la Banca d’Italia.
Questo processo di distacco della Banca d’Italia dal governo, è stato completato in occasione della creazione dell’euro e della BCE. Ora è quasi totalmente in mano a banche private. Per lo Stato e i cittadini sono allora incominciati i guai; il governo è stato costretto ad aumentare la pressione fiscale sui cittadini e le imprese, dal 31% del 1980 all’attuale 43%. Analogamente è avvenuto in quasi tutti gli altri stati europei.
Il non poter più fare ricorso alla banca centrale per annullare il debito, portava conseguenze nefaste ai fini del controllo del debito pubblico e dell’espansione economica virtuosa. Intanto il debito pubblico permaneva per gli anni avvenire e si era costretti a pagare alti tassi di interesse ai compratori dei titoli del debito, poi tutto quel denaro, come si diceva sopra, era sottratto ai cittadini stessi e ad un uso produttivo e veniva congelato nei titoli del debito dello Stato, in costante crescita.
E’ evidente però che uno Stato che abbia la possibilità del signoraggio sulla propria moneta, dovrebbe saper utilizzare bene questo potere. In ogni caso le spese devono essere accorte. Uno Stato che gonfi gli apparati burocratici statali, sapendo di poter coprire il debito con l’emissione di moneta creerebbe un grande danno al paese, in quanto in questo caso, l’emissione di moneta a vantaggio degli apparati burocratici statali, andrebbe a pesare eccessivamente sul sistema produttivo. Dispensare posti e posticini è stato però quello che ha fatto la nostra classe politica per svariati decenni.
Questo non toglie che uno Stato che avesse saputo usare con sapienza il previlegio del signoraggio sull’emissione di moneta, avrebbe avuto più possibilità di creare benessere per la nazione e di controllare il debito pubblico, come in parte è avvenuto, finché la classe politica non ha svenduto il proprio potere alla finanza privata.
In un capitolo successivo argomenteremo sul fatto che una moderata inflazione, generata tramite nuova emissione monetaria, se rettamente pilotata, non produce danni, ma solo vantaggi.
GLI INTERESSI INCIDONO MOLTO
Rivediamo il dato già fornito per l’Italia, nel capitolo “cos’è il debito pubblico”. Interessi pagati per il 2010: 70 miliardi di euro, pari al 4.5% del pil e al 9,66% delle entrate.”
Quasi un decimo delle entrate dello Stato se ne sono andate in interessi; se si fosse potuto non pagare gli interessi, il disavanzo 2010 si sarebbe annullato quasi del tutto.
Gli interessi del 2010 sono del 4.5% del PIL, ma visto che ogni anno si pagano anche gli interessi sugli interessi, c’è da chiedersi quanti sono gli interessi sul totale debito pubblico, se si parte a considerarli dall’inizio del primo disavanzo; certamente senza interessi non ci sarebbe ora nessun debito dello Stato! Tanto più che la BCE ha tenuto alti gli interessi per tutto il periodo della sua attività, tranne questi ultimissimi anni, e alti erano anche nel periodo antecedente l’euro. E gli interessi si pagano principalmente perché lo Stato ha perso il potere di emettere propria moneta e deve elemosinarla dai banchieri e lo Stato ha perso questo potere perché i politici sono diventati succubi del potere finanziario. E così anche per questo punto torniamo a quello precedente.
LA DELOCALIZZAZIONE DELL’ECONOMIA E LA RECESSIONE
La delocalizzazione delle imprese produttive impoverisce i paesi europei, fa aumentare di molto la disoccupazione, tende a portare in passivo la bilancia dei pagamenti (importazione-esportazione di merci e capitali) e spinge i paesi verso la recessione, da cui conseguono minori entrate per gli stati. Maggiori chiarimenti più avanti.
INCREMENTO DELLA DISOCCUPAZIONE NONOSTANTE LA BASSA NATALITA’
Dovrebbe essere chiaro a tutti, persino ai bambini, che la disoccupazione non porta benessere. Eppure il pensiero economico dominante è così fuorviante che riesce a teorizzare anche questo! Il non utilizzo delle capacità sociali di lavoro, e spesso delle capacità più fresche e potenzialmente più creative, significa automaticamente minor benessere e benvivere per la popolazione, oltre che creazione di un clima sociale di frustrazione, di sentimento di impotenza o di voglia di fuga, come possiamo verificare tutti i giorni. L’incapacità di risolvere questo problema all’interno dell’attuale sistema economico, dà un contributo all’incremento del debito pubblico, per diminuzione delle entrate e aumento delle uscite. Dovrebbe essere uno dei motivi principali per dichiarare il totale fallimento di questa tipologia di sistema economico.
LA FORTE EVASIONE FISCALE
Riferendoci all’Italia, ma altri stati non ne sono esenti, questo è un problema perenne mai risolto, proprio perché la base culturale e funzionale del sistema attuale è quella del curare l’interesse e il tornaconto personale a scapito di quello degli altri, per sopravvivere o per dominare, a seconda dei casi. Inoltre più si impoverisce il paese, come si sta facendo, e più diventa necessaria l’evasione fiscale dei ceti sociali deboli, come mezzo di sopravvivenza.
Le soluzioni ci sarebbero e facili da adottarsi, come spieghiamo in altri post nei prossimi giorni.
L’OPERATO SBAGLIATO DELLA BCE
Anche questo aspetto verrà descritto in seguito, nei capitoli sull’inflazione e sulla BCE.
LA RECESSIONE ECONOMICA
La recessione economica e la crescita quasi nulla, a fronte di spese crescenti per i fattori produttivi, porta a meno entrate per lo Stato. La cause della recessione sono spiegate nel capitolo “Interazioni fra ciclo produttivo, finanza e moneta”.
Di Loris Asoli della Rete di Economia Solidale delle Marche
Fonte: Rete Lilliput
| Stampa l'articolo | Questo articolo è stato pubblicato da andrea tronchin il aprile 30, 2012 alle 6:06 pm, ed è archiviato come Blog. Puoi seguire i commenti a questo post attraverso RSS 2.0. Puoi pubblicare un commento o segnalare un trackback dal tuo sito. |

